27 marzo 2016

“Precetto” pasquale: un obbligo penale che si doveva certificare.

La partecipazione diretta dei fedeli alle funzioni sacre e in primo luogo alla messa, così come la frequentazione assidua dei luoghi di culto, è sempre stata un punto dolente per la Chiesa Cattolica, che così tanto affidamento ha sempre fatto sul compimento di determinati atti formali codificati – perciò rituali – da parte del credente insieme alla comunità religiosa. Curioso per una religione che sosteneva di nascere in opposizione ai riti pagani giudicati materiali ed esteriori, e di riscoprire i valori e anche i doveri interiori dell’uomo singolo, individuo, che sarebbe stato giudicato dalla propria individuale coscienza, più occhiuta e infallibile osservatrice di qualunque sacerdote o capo della comunità ecclesiale.
      E invece, da sempre c’è stata riluttanza tra i fedeli, specialmente uomini, a partecipare alle funzioni di preghiera collettiva, non solo nella Chiesa cattolica, ma in tutte le chiese. A meno che non ci fosse quel di più di fanatismo e di esaltazione dionisiaca dovuta alla ben nota eccitazione sensuale del canto corale, a particolari melodie o a ritmi che poco avevano a che fare con la religione, come nei balli forsennati e canti dei villaggi dell’Africa, nei ritmi sui bidoni di petrolio vuoti nella New Orleans di fine Ottocento a Congo Square, o nelle esecuzioni delle chiese battiste americane dei più appassionati gospel song o spirituals (seguite, però, da laute colazioni).
      Così, il “precetto pasquale”, in pratica la confessione e comunione obbligatoria per tutti i cattolici, almeno una volta all’anno, a Pasqua, è stato imposto come un dovere morale, anzi un obbligo giuridico, dalla Chiesa. E meno male che regole e doveri della Chiesa Cattolica, Apostolica Romana dovrebbero essere fondati sulla “coscienza” dei fedeli, perché, si sa – ripetono i preti – “Dio vede tutto”. Macché, evidentemente Dio è distratto, non c’è, o se c’è non vede niente.
      E chi non faceva il precetto? Finiva nella lista nera degli “ostinati” sul famigerato “tabellone” della vergogna – nota G. Vigolo – in San Bartolomeo all’Isola Tiberina, dove si pubblicava la «lista degli interdetti per inadempimento al precetto pasquale». E guai per chi non "faceva il precetto". Al centro della piazzetta, smontato e svenduto dai Papi il bellissimo obelisco dei Romani, era stata eretta una piccola "colonna infame", tuttora esistente, alla quale il 27 agosto, festa di S. Bartolomeo, era attaccato il tabellone dei renitenti che non si erano comunicati a Pasqua, definiti e considerati veri e propri “banditi”, emarginati sociali («banditorum illorum qui in die paschali de Sanctissima Coena non parteciparunt».
      Nell’Archivio di Stato sono conservati documenti da cui risulta che i dirigenti dei Ministeri romani erano tenuti a organizzare coattivamente per i propri impiegati nella chiesa del Gesù “Santi Esercizi Spirituali in preparazione alla Solennità della Pasqua per gli impiegati Camerali e Governativi” a cui nessun impiegato poteva sottrarsi («niuno vorrà scusarsi ad intervenire – ammonisce una nota ministeriale del 1864 – e anzi tutti interverranno a gara per dimostrare i sentimenti della loro Religione e cristiana pietà». Perfino in alto loco, come nel “Senato” capitolino, l’equivalente non elettivo del Consiglio Comunale, si ingiungeva, sia pure con eleganti inviti stampati indirizzati ai singoli funzionari con tanto di nome e ruolo, (p.es. «il sig. avv.to Capograssi, minutante della Segreteria Comunale, è invitato nella Cappella Capitolina il 19 corrente alle ore 8 antimeridiane...» a presentarsi per il Precetto pasquale (Droulers P., La vita religiosa a Roma intorno al 1870. Ricerche di storia e sociologia, p.107).

      «L’azione del Vicariato per convincere i renitenti – si chiede lo storico – si limitava alle sole sanzioni spirituali – per quanto in simili condizioni colui che era stato pubblicamente interdetto o peggio scomunicato si trovava presumibilmente sottoposto ad una pressione sociale difficilmente riducibile ad una pena spirituale – oppure ricorreva ad altre misure coercitive?» (ibidem). Si deve ritenere che la serie di pressioni soffocanti e ineludibili aveva, in caso di rifiuto, anche conseguenze disciplinari e penali. Anche se lo storico dichiara di non aver trovato nel periodo studiato prove di conseguenze penali, fa rispondere in nota al grande liberale romano Massimo d’Azeglio che in una lettera del 15 marzo 1865 al fiorentino Gino Capponi scrive: «La Religione guadagna essa ad essere retta dal Codice Penale? Od anche soltanto da esclusivismi arbitrari, come accade a Roma, ove chi non prende Pasqua perde l’impiego ed il pane? (Droulers cit.). E per fare affermazioni così gravi lo scrupoloso d’Azeglio, che era vicino agli ambienti romani, avrà certamente visto direttamente o sentito dire ciò che probabilmente agli storici oggi non è più facile trovare nei documenti ufficiali, anche perché la furbizia ecclesiastica avrà avuto cura di non lasciare tracce documentali di una ingiustizia così patente.
      Un atto di citazione presso il Tribunale per mancato precetto pasquale, però, è giunto fino a noi, e appare una prova credibile, quanto inquietante del totalitarismo ottuso dello Stato della Chiesa. E' del 1859.
      Ma il popolano rischia molto meno dell’impiegato nel rifiutarsi di fare il precetto: almeno non ha da perdere l’ufficio e lo stipendio. Così il popolano “tosto” del Belli confessa di non voler andare a confessarsi accampando varie scuse: perché non ha mai tempo, non trova un confessore di manica larga, o non vuole rinunciare alla colazione del mattino, «pe ste bbuggere cqua», cioè per queste bazzecole.

ER PROSCETTO PASQUALE

Mica che a ppijjà ppasqua abbi er crapiccio
de famme ariggistrà ffra l’ostinati,
o ttienghi in corpo un’anima de miccio
risolata a ddu’ sòle de peccati:
nò, è ppropio che nun trovo un giorno spiccio
pe ccercà ttra sto nuvolo de frati,
voi me capite, un confessore a cciccio,
che nun badi a li casi ariservati.
Ortre de questo sc’è un’antra raggione,
ciovè cc’ammalappena spunta l’arba
io bbisoggna che ffacci colazzione.
Quanno sò mmorto io damme de bbarba:
e de stamme a gguastà la cumprisione
pe ste bbuggere cqua, ppoco m’aggarba.

25 aprile 1835

Versione. Il precetto pasquale. Non è per il capriccio di farmi registrare per il precetto di Pasqua tra gli ostinati o perché io abbia in corpo un’anima perduta, risuolata a due suole di peccati [prob.: ormai diventata insensibile per i tanti peccati]. No, è proprio che non trovo un giorno libero per cercare tra questo nugolo di frati, voi mi capite, un confessore che mi vada a genio, che non badi ai miei casi riservati. Oltre a questo c’è un altro motivo, che cioè appena spunta l’alba io devo far colazione. Quando sarò morto prendetemi pure in giro ma di stare a guastarmi la mente per queste bazzecole, poco mi garba.


Poiché la severità e l'autoritarismo della Chiesa sempre si sono sposati con la corruzione, dappertutto fioriva un mercato di questi “biglietti pasquali” o “polizzini”, come li chiama il Belli (sonetto Li Chirichi, nota). Con la differenza – spiega l’autore – che in provincia i parroci distribuivano nelle case i biglietti in bianco, che poi ciascun parrocchiano doveva restituire all’atto della comunione; mentre a Roma i parrocchiani prima dovevano comunicarsi e soltanto dopo ricevevano il biglietto già compilato. Naturale che un sistema burocratico del genere si prestasse a imbrogli, falsità e trucchi d’ogni genere, perché i corrotti Parroci – dice il Belli al verso ottavo (ibidem) – «vvenneno er bijjetto a cchissesia» (vendono il biglietto a chiunque lo richieda). Insomma, questi certificati erano molto spesso strumenti di sacrilegio e di simonia, come commenta l’autore.
      Fatto sta che pochi, quasi solo i più poveri, erano costretti a eseguire davvero il precetto o a finire nell’elenco all’Isola. I ricchi e i nobili erano di fatto esentati: se anche avevano dimenticato di procurarsi per vie traverse i biglietti pasquali e un Parroco disattento li aveva iscritti per sbaglio, ci pensava il Cardinal Vicario a toglierli dalla lista infamante e a liberarli dalle grane penali. Anche il grande disegnatore Bartolomeo Pinelli, impenitente ateo dalla vita dissoluta, a Roma quasi un’autorità tanto era noto, e certamente benestante (ma gran scialacquatore: morirà povero), nel 1834 fu messo «sulla solita lista degl’interdetti per inadempimento al precetto pasquale». Ma, «avendovi egli letto essergli attribuita la qualifica di miniatore, andò in sacristia ad avvertire che Bartolommeo Pinelli era incisore, onde si correggesse l’equivoco sulla identità della persona» (G.G. Belli, La morte der zor Meo, nota).
      E c’erano anche – riporta il grande Zanazzo – tanti «bizzochi farsi» (beghini, bizzocheri, ipocriti frequentatori di chiesa) che si prestavano a prendere la Pasqua per gli altri, soprattutto i ricchi e i nobili. A pagamento, s'intende. Ad ogni modo, tutti coloro che si confessavano e comunicavano soltanto a Pasqua erano chiamati spregiativamente i “pasqualini”. E agli scomunicati che accadeva? «Per tornare in grazia di Dio, occorreva una pubblica funzione, nella quale, fra le altre cerimonie, eravi quella di ricevere, alla presenza di tutti, alcuni colpi di verga sulle spalle nude» (Zanazzo G., Li scummunicati de Pasqua, in Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma, §124, Torino 1908).
      Ma poi in che cosa consiste questo “precetto” pasquale? Oltre alla Santa Messa, essenzialmente nei due “sacramenti” della confessione e nella comunione, obbligatori per tutti i cattolici, almeno una volta all’anno, a Pasqua (la festività principale per i Cristiani). Senonché, la prima, una caratteristica della Chiesa Cattolica Apostolica Romana molto contestata dai cristiani Protestanti, è talmente di manica larga che permette quasi a tutti di essere perdonati, anche dopo i più orrendi delitti. Così la pensa il popolino, così dice il Belli nel sonetto sulla confessione.      Sembra quasi che questo sacramento cattolico sia il comodo e giusto contrappeso che media tra l’inutile e ingiusta severità formale sulle questioni più futili (p.es. il non mangiar carne al venerdi, e altri insignificanti obblighi o divieti formali), e l’indulgenza o condiscendenza su peccati ben più reali e gravi. Ecco, al di là delle enunciazioni di principio, la vera “morale” della Chiesa Cattolica com’è dipinta dalla satira del Belli: severa e crudele sulle sciocchezze, ma comprensiva e indulgente sui delitti.
      Se non ci fosse la confessione, visto il lassismo che di fatto banalizza ed equipara tutti i peccati, mortali e veniali, anche il santo più onesto ed eroico del Mondo – argomenta per iperbole il popolano romano del Belli – sarebbe condannato alle fiamme dell’Inferno solo per aver mangiato, anzi, solo leccato, una fettina di salame al venerdì!
      Ma per fortuna esiste la confessione, questa geniale invenzione cattolica, e così la miracolosa e sommamente ingiusta “misericordia” divina (e qui, nel chiamare in causa, nientemeno, Dio, c’è tutta l’insinuante ma caustica ironia del Belli) perdona la tua fettina di carne, ti assolve e, nonostante altri peccati, purché tutti allo stesso modo e con la stessa facilità “confessati” al prete nell’apposito trabiccolo dall’ipocrita grata (non si vede il colpevole, ma si ascolta la sua voce), ti fa andare in Paradiso anziché all’Inferno. Un sonetto che senza averne l’aria, coi suoi toni pacati, ad analizzarlo bene si rivela di una satira feroce su uno dei cardini della Chiesa.

LA SANTA CONFESSIONE

Avessi fatto ar monno ancora ppiú
de tutto er bene che ppò ffasse cquí;
fussi un santo, una cosa da stordì,
fussi un mostro infernale de vertù;
maggnete, fijjo mio, lecchete tu
’na fetta de salame er venardì,
e bbona notte: hai tempo a ffà e a ddì:
se va a ffà le bbrasciole a Bberzebbù.
Ringrazziamo però la bbonità
de Ddio, ché ppuro er vicoletto sc’è
pe ffà ppeccati in pasce e ccarità.
Basta ’ggnitanto d’annà a ffà cescè
in cuella grattacascia che sta llà,
eppoi te sarvi si scannassia un Re.

11 dicembre 1831

Versione. La santa confessione. Anche se tu avessi fatto tutto il bene che si può fare al Mondo e anche più, se tu fossi un santo in modo straordinario, insomma un mostro infernale di virtù, ti basterebbe mangiare, anzi, leccare una fetta di salame di venerdì e, buona notte, hai voglia a dire e fare: andresti dritto all’inferno (a far da braciola per Belzebù). Ma grazie alla bontà di Dio, c’è la scappatoia per fare peccati in pace e carità: basta ogni tanto fare capolino in quella certa grata [il confessionale], e così ti salvi anche se tu avessi scannato un re.

      Ugualmente feroce e blasfema la satira contro il secondo sacramento del “precetto” pasquale, la comunione, in cui il Belli mette in bocca al solito popolano romano alcune considerazioni di rozzo e irriverente buon senso sulla comunione, ma proprio per questo assolutamente dissacranti, vista l’alta simbologia che la Chiesa ha attribuito a questo sacramento. Il nome, intanto, non eufonico e inutilmente colto di eucarestia, sfortunatamente assonante con una parola terribile per i poveri di allora: carestia. Perciò non proprio destinato a un successo di simpatia. Poi la cosa in sé, cioè l’ostia, un umile impasto di farina ridotto ai minimi termini d’un “cerotto” – dice il popolano – o d’una cialda da farmacia, diremmo noi moderni. E infine l’atto in sé, quel ingoiare, deglutire, mangiare, che non può non far pensare al ritmo della digestione e, perché no?, vista la chiave satirica, alla conseguente escrezione. Possibile che Dio entri nel corpo umano per la stessa via per la quale entra una foglia di lattuga o una fetta di polenta? Non deve meravigliare, quindi, la sensata meraviglia d’un uomo semplice del volgo, che magari per un atto definito “spirituale” si aspettava qualcosa di più elevato del mangiare. Tanto più che quel dischetto di pasta, come è entrato dalla bocca, così uscirà dalla parte opposta, quella nella quale si introducono le supposte.

LA SANTA COMMUGNONE


La sera ch’er Zignore a ôr de scena
distituí la santa caristia,
nun zo ccapí pperché ffussi de vena
de dàjje a er nome de sta bbrutta arpia.
Tratanto scerto è una gran cosa piena
d’amore pe sta porca de gginía
de ggentacce der monno, ammalappena
deggni de mentovà Ggesummaria.
Te pare amore a tte ppoco futtuto
quer cacciasse in d’un’ostia cuant’abbasta
pe ssiggillà una lettra co lo sputo?
E ssotto poi sto scerotin de pasta
calà in ner corpo d’un cristian cornuto
pe rriusscí dda dove entra la tasta?

10 dicembre 1831

Versione. La Santa Comunione. La sera che il Signore all’ora di cena inventò la santa eucarestia, non posso capire perché gli venisse in mente di dargli questo brutto nome. Una scelta tra l’altro che è una gran cosa, piena d’amore per questa porca genia di gentaccia del Mondo [gli esseri umani], a malapena degna di nominare Gesù e Maria. E ti pare un amore poco grande quel cacciarsi in un’ostia, piccola quanto basta per sigillàre una lettera con lo sputo? E sotto forma, poi, di questo cerottino di pasta, scendere nel corpo d’un bastardo essere umano, per riuscire infine da dove entra una supposta [lett. lo specillo del chirurgo]?


IMMAGINI. 1. Atto di citazione del 1859, nel rituale latino dei giurisperiti, per mancata partecipazione al Precetto pasquale. 2. Certificato che attesta l'avvenuta comunione del precetto pasquale nella chiesa di S.Maria del Popolo (Roma) nel 1861. 3. Certificato di avvenuta confessione del precetto pasquale della Parrocchia di S.Caterina della Rota (1861). 4. Chiesa e piazzetta di S. Bartolomeo all'Isola (acquerello di Achille Pinelli, figlio di Bartolomeo e discreto pittore).

AGGIORNATO IL 28 MARZO 2016, h.18

22 gennaio 2016

Se bancarelle e ignobili taverne deturpano le bellezze di Roma.

Che fare se una città con bellezze e monumenti unici, che per essere ammirati vogliono attorno spazio libero e una prospettiva sgombra, è ostruita, involgarita, resa caotica, imbruttita da bancarelle, tendoni, negozi turistici con insegne esagerate di plastica e colori vivaci, con mostre fin sul marciapiedi, dove tavolini, sedie, ombrelloni, cartelli pubblicitari, venditori di caldarroste, e una marea di procacciatori di bar e ristoranti, venditori ambulanti, questuanti fastidiosi travestiti da legionari romani, non solo distraggono la vista dalla bellezza originaria dei luoghi e deturpano il paesaggio urbano, ma ostacolano perfino il normale passaggio delle persone?

Neanche più una fotografia “pulita” (ecco il test più efficace sull’impatto paesaggistico) si può prendere di una piazza famosa, un palazzo storico o un monumento, senza che in primo piano o sullo sfondo prevalgano – vero pugno in un occhio – le pacchianerie di plastica colorata di chi si attacca parassitariamente alle bellezze artistiche per fare soldi: dalla bancarella di orribili ricordini kitsch al camion-bar con bibite e panini, fino al chiosco per le foto-tessera. Bellezze rese irrimediabilmente meno belle da queste presenze invadenti e fastidiose, com’è il caso, uno tra tanti, di piazza della Rotonda, davanti al Pantheon.

Pantheon? Anche ai tempi dei Papi era un problema. La piazza della Rotonda (così detta perché lo stupendo tempio pagano, il romano “Pantheum”, una volta diventato chiesa cristiana è stato rinominato dal popolo “Rotunda”, Rotonda, Ritonna, per la sua curiosa e originale pianta circolare) era letteralmente ostruita da bancarelle, soprattutto di generi alimentari, salumi e perfino friggitorie all’aperto, fin dentro il porticato del tempio.

Per quanto spogliato da fregi (una grande aquila e varie statuette e decorazioni sul timpano, di cui restano i fori), copertura di bronzo dorato sul tetto e marmi tutt’intorno alle pareti esterne, il Pantheon è l’unico tempio dell’antica Roma sopravvissuto quasi intatto come edificio di culto, sia pure per una religione diversa. Ha anche il primato ingegneristico di avere una copertura molto ardita, la cupola di solo calcestruzzo senza armatura più grande al Mondo. Questo essere diventato abusivamente “cristiano”, l’ha salvato, visto che il fanatismo della Chiesa Cristiana di quei tempi, non troppo diverso da quello dell’Islam, distrusse o spogliò tutta la stupenda architettura d’arte dell’antica Roma, ricca di migliaia di monumenti, statue e palazzi strabilianti. Certo, fecero di tutto per rovinarlo esteticamente sovrapponendogli due campanili (e questo lavoraccio lo commissionarono al Bernini, nientemeno), che bisognò aspettare alla fine dell’Ottocento l’arrivo dei piemontesi e il buonsenso dello Stato liberale per vedere abbattuti, insieme alle casupole addossate al tempio.

Già papa Eugenio IV (1431-1447), in occasione d’un restauro del tempio, lo aveva liberato dalle botteghe che negli anni erano state costruite intorno (Squadrilli T., Roma: storia e monumenti, Rusconi 1997). Fu costruita in due occasioni un’alta cancellata di ferro (e due volte, purtroppo, rimossa: che ne dice oggi l’inefficiente Soprintendenza?), per liberare almeno di notte lo spazio tra le colonne del portico. C’era perfino povera gente che dentro la “baraccopoli” della Rotonda passava la giornata, viveva, dormiva, come “La poverella” del sonetto del Belli del 13 novembre 1832, “co ttre ffijji e ’r marito a lo spedale”, che chiede a un passante l’elemosina perché è senza casa e soldi, e così si lamenta:
ste crature sò iggnude tal’e cquale
ch’er Bambino la notte de Natale:
dormímo sott’un banco a la Ritonna.
[Queste creature sono nude proprio come Gesù bambino la notte di Natale: dormiamo sotto un banco alla Rotonda]
E tutto questo degrado umano, sociale, etico ed estetico era davanti agli occhi di tutti, compresi i turisti stranieri (c’erano già nell’Ottocento, pochi ma ricchi, per lo più tedeschi e inglesi, in minor misura francesi, nel tipico “Tour d’Italie”), nell’indifferenza levantina, nel lassismo più accidioso e fatalista del Governo dei preti. Non molto diverso dalle amministrazioni comunali clericali della Roma dall’ultimo Dopoguerra a oggi, attente più a non inimicarsi la canaglia reprimendo piccoli e grandi favoritismi, che a dare soddisfazione ai cittadini.

La caratteristica di piazza della Rotonda, più ancora dello stesso Pantheon, era la sovrabbondanza di bancarelle di cibarie, soprattutto di salumi e formaggi, per cui la piazza era famosa. Lungo i tre lati della piazza si aprivano antiche e ingombranti botteghe di salumeria o “norcineria” (da Norcia, cittadina umbra famosa per i suoi salumi), che avevano l’abitudine durante le festività di allestire a gara mostre spettacolari, vere e proprie cornucopie barocche che attiravano folle di curiosi e “visitatori” più che compratori, vista la povertà del popolino romano: colonne di formaggi, teste di cinghiali, archi di prosciutti e festoni di salsicce, come descrive Giggi Zanazzo nelle sue "Tradizioni popolari romane":
"Ne le du’ sere der gioveddì e vennardi ssanto, li pizzicaroli romani aùseno a ffa’ in de le bbotteghe la mostra de li caci, de li preciutti, dell’òva e dde li salami. Certi ce metteno lo specchio pe’ ffa’ li sfonni, e ccert’antri cce fanno le grotte d’òva o dde salami, co’ ddrento er sepporcro co’ li pupazzi fatti de bbutiro, che sso’ ‘na bbellezza a vvedesse. E la ggente, in quela sera, uscenno da la visita de li sepporcri, va in giro a rimirà’ le mostre de li pizzicaroli de pòrso [i più in vista], che ffanno a ggara a cchi le pò ffa’ mmejo".
Proverbiali in tutta Roma e nell’intero Stato della Chiesa erano questi macellai “norcini”, per la loro abilità chirurgica nelle più disparate lavorazioni della carne di maiale (e all’occorrenza – diceva il popolino – anche umana). Infatti, due norcini, marito e moglie, erano stati giustiziati per aver macinato per farne salsicce anche carni di clienti grassi attirati in cantina con un pretesto. Mandare qualcuno a farsi castrare da un norcino della Rotonda era un topos delle comiche invettive da osteria. Il Belli vi ricorre per enfasi retorica nel “Er deserto” (26 marzo 1836), quando giura di non avventurarsi mai più nella campagna romana (resa desolata e desertica dalla pastorizia senza limiti): prima, piuttosto, si farebbe castrare da un norcino della Rotonda!
Dio me ne guardi, Cristo e la Madonna
d’annà ppiù ppe ggiuncata a sto precojjo.
Prima… che pposso dì?… pprima me vojjo
fà ccastrà dda un norcino a la Ritorna.
Fà ddiesci mijja a nun vedé una fronna!
[Dio me ne guardi, e invoco Cristo e la Madonna, dall’andare ancora a cercare la giuncata [tipico latte cagliato da mangiarsi col cucchiaino, considerato una delizia a Roma] in quell’ovile. Che posso dire? Preferirei piuttosto farmi castrare da un norcino di piazza della Rotonda. Percorrere dieci miglia e non vedere un albero!]
Va detto che “pizzicagnolo” e “pizzicheria” erano e sono tuttora i nomi, desueti, dell’italiano antico (cfr Coletti, voce del XVII sec.), sopravvissuti oggi solo nella parlata romana, rispettivamente del venditore e della bottega di prodotti alimentari che si vendono “a spizzico”, cioè in piccole quantità, ma anche presi o tagliati a mano (alici, tonno, sale, fette di salami, ricotta, formaggi ecc.). Oggi potrebbee corrispondere al raro “salsamenteria” (dal lat. sal, salsum, salsa, salsamenta: tutto ciò che ha a che fare col sale o si conserva sotto sale) e in minima parte a negozio di alimentari e drogheria.

Ecco il Belli nel sonetto “Er giro de le pizzicarie”, dove sull’elemento gastronomico sembra prevalere quello spettacolare, se non addirittura artistico delle composizioni delle botteghe di salumi, e bene è descritto lo stupore del popolano romano per quella piccola festa per gli occhi, più che per il palato:
ER GIRO DE LE PIZZICARIE
De le pizzicarie che ttutte fanno
la su’ gran mostra pe ppascua dell’ova,
cuella de Bbiascio a la Ritonna è st’anno
la ppiú mmejjo de Roma che sse trova.
Colonne de casciotte, che ssaranno
scento a ddí ppoco, arreggeno un’arcova
ricamata a ssarcicce, e llí cce stanno
tanti animali d’una forma nova.
Fra ll’antri, in arto, sc’è un Mosè de strutto,
cor bastone per aria com’un sbirro,
in cima a una Montaggna de presciutto;
e ssott’a llui, pe stuzzicà la fame,
sc’è un Cristo e una Madonna de bbutirro
drent’a una bbella grotta de salame.

5 aprile 1833
[Il giro delle salumerie. Tra le salumerie che fanno grande esposizione per la Pasqua, quella di Biagio a piazza della Rotonda è quest’anno la migliore a Roma. Colonne di caciotte, che saranno cento a dir poco, reggono un arco decorato a salsicce, e l’ ci sono tanti animali di forme nuove. Fra gli altri, in alto, c’è un Mosè di strutto, col bastone in aria come un poliziotto, in cima a una montagna di prosciutto; e sotto di lui, per stuzzicare la fame, ci sono un Cristo e una Madonna di burro dentro una bella grotta di salame]
Mostre simili a scenografie barocche da parte dei salumieri – e stiamo parlando di quelli fissi e regolari – ci sono state fino a pochi anni fa: oggi sono sempre più rare (a meno che l’esercente non paghi, anziché una multa, una tassa aggiuntiva per l’ulteriore “occupazione di suolo pubblico” (e non parliamo neanche degli ambulanti o degli abusivi).

Nell’Ottocento a Roma c’era ancora il caos che aveva lamentano Marziale: banchi e strutture sia mobili che fissi, cioè addirittura appoggiati alle mura o propaggini di negozi, con uso non solo di tendoni, ma anche di legno, mattoni e calce, perfino dentro il porticato del Pantheon, che impedivano la libera prospettiva e il godimento della vista dell’antico tempio di Agrippa ai romani e ai turisti già nel primo Ottocento
Lo testimonia una targa in marmo del 1823 del Papa d’allora, Pio VII, apposta in piazza della Rotonda, ahimé, proprio sopra un ristorante turistico fast-food a cui insensatamente il Municipio ha concesso il permesso. Sotto uno stile ampolloso e antico rivela uno spirito modernissimo, perché tiene conto dell’estetica del paesaggio urbano come valore supremo in una città d’arte unica al Mondo come Roma. E usa un linguaggio spietato, lo stesso che usiamo noi conservazionisti ed esteti:

PIUS VII PONT. MAX. AN. PONTIFICATUS SUI XXIII
AREAM ANTE PANTHEON M. AGRIPPAE
IGNOBILIBUS TABERNIS OCCUPATAM
DEMOLITIONE PROVIDENTISSIMA
AB INVISA DEFORMITATE VINDICAVIT
ET IN LIBERUM LOCI PROSPECTUM PATERE IUSSIT

Su “providentissima" siamo incerti: si presta a diverse traduzioni; ma "deformitas” è proprio grande bruttezza, termine usato anche da Cicerone, come abbiamo trovato consultando un antichissimo vocabolario latino coevo del Belli, quello di Giuseppe Pasini, stampato a Bassano nel 1844:

PIO VII, NEL XXIII ANNO DEL SUO PONTIFICATO,
CON UN’ATTENTISSIMA DEMOLIZIONE
LIBERÒ DALL’INSOPPORTABILE BRUTTEZZA
L’AREA DAVANTI AL PANTHEON DI M. AGRIPPA
OCCUPATA DA VERGOGNOSE TAVERNE
E ORDINÒ CHE FOSSE APERTA
ALLA LIBERA VISUALE DEL LUOGO

“Vergognose” o ignobili taverne, “bruttezza insopportabile” o molesta, “vendicò” che vuol dire anche “liberò”, “libera prospettiva” o visuale dei luoghi e delle bellezze della città. Sembrano parole nostre, di duri difensori del paesaggio, e invece è un Papa di ieri.

Pensiamo pure al povero sindaco di Roma, Marino, che soprattutto per lo scontento delle corporazioni interessate dopo lo sgombero delle bancarelle e degli ambulanti davanti ai monumenti (Colosseo, Pantheon, Trinità dei Monti ecc.), è stato fatto cadere. Anzi, è curiosissima e intrigante anche la data di questa lapide. 23 anni di pontificato vuol dire 1823, perché il romagnolo Barnaba Nicolò Chiaramonti era stato eletto Papa nel 1800. Ma il 1823 è anche l’anno della sua morte! Già così potente, fin da allora, la lobby dei commercianti romani?

No, più probabile che, malato e sentendosi alla fine dei propri giorni, il Papa dopo aver a lungo sopportato abbia voluto finalmente togliersi quel sassolino dalla scarpa di velluto rossa. Basta – deve essersi detto – con le catapecchie che al Patheon impediscono la vista del bellissimo monumento.

Certo, anche questi commerci anti-estetici assicurano una parte della ricchezza della città, pur essendo spesso sconosciuti al Fisco. Ma non si è “contro il progresso”, “contro la modernità” o addirittura “contro l’iniziativa privata” se si pretende che in caso di contrasto grave debba sempre prevalere l’estetica, l’armonia, l’originalità di monumenti e luoghi storici, insomma il Bello. Lo scriveva già nel 1920 il filosofo, non comunista ma liberale, Benedetto Croce presentando da ministro della Cultura del ministero Nitti la prima legge sulla tutela del Paesaggio in Italia (e nel presentarla cita anche il caso dei cartelloni stradali invadenti). Oltretutto, dovrebbe essere anche interesse dei commercianti più intelligenti: la bellezza in una città d’arte è la sua vera ricchezza principale, di lungo periodo. E invece oggi abbiamo perfino negozi mobili, i camion-bar, che si fermano un giorno qua e un giorno là, nei posti artisticamente più belli o panoramici, da Trinità dei Monti al piazzale del Gianicolo, liberi di deturpare tutti i panorami possibili, di “entrare” in tutte le fotografie dei turisti. E vigili poco vigili e poco urbani, quasi sempre assenti.

Già 2000 anni fa, il poeta satirico Marziale in una satira molto attuale aveva avuto parole di fuoco contro non solo i venditori abusivi, come traducono tutti, ma i negozianti in quanto tali – come si vede da una nostra più corretta traduzione – colpevoli di allargarsi fuori del negozio con la mostra delle mercanzie e di ingombrare perfino la propria soglia, tanto da impedire addirittura l’ingresso dei propri stessi clienti. Allora bastò un editto dell’imperatore Domiziano per restituire la giusta visuale alle vie della città che erano ridotte dalle mercanzie a “stretti vicoli”. Ma oggi? Non basta un Sindaco. Anzi, un sindaco di Roma, Ignazio Marino, fu cacciato in realtà anche per aver liberato finalmente dagli ambulanti Colosseo, piazza di Spagna e Pantheon!

IMMAGINI. Due antiche incisioni che mostrano il livello di degrado di piazza della Rotonda già nei secoli passati. L'immagine della targa di Pio VII da noi faticosamente restaurata, perché quella esistente era poco leggibile.

AGGIORNATO IL 23 GENNAIO 2016

2 novembre 2015

Il “buon uomo” per la Chiesa? È un baciapile bigotto e ipocrita.


Dopo tanto Vangelo, tanta predicazione di eroica bontà e altruismo, tanto catechismo, tanti mirabili esempi di vite di Santi e Vergini e Martiri sbandierati nelle storie, tante leggende edificanti, qual è alla fin fine, nella pratica quotidiana, il comportamento minimo sufficiente che la Chiesa richiede ai suoi fedeli per definirli “buoni cristiani” o, ciò che è lo stesso per la morale cattolica, addirittura onesti uomini, brave persone?

È ben poca cosa, dice il Belli in due sonetti profondamente graffianti. Tutto si risolve in una prosaica serie di comportamenti esteriori, di banali formalità che a noi ricordano le regolette per i bambini negli asili delle suore o le abitudini ossessive delle vecchie beghine (dette “pizzochere”, “bizzochere” o “bizzoche”), come tenere sempre il rosario in tasca, biascicare litanie anche nei momenti meno opportuni, salire in ginocchio la Scala Santa, e così via. Certo, fondamentali sono farsi il segno della croce (meglio se intingendo le dita nell’acquasantiera in capo al letto, come fanno i bambini, i malati e gli anziani), segnarsi o togliersi il cappello davanti a una chiesa o alle edicole delle “madonnine” votive ai cantoni dei palazzi, ovviamente andare a Messa, confessarsi e frequentare le altre funzioni religiose più spesso possibili. Almeno a Pasqua, sappiamo. Anche se l’espressione “fare il precetto” sembra diventata anche nel nome una sorta di obbligo mal sopportato, quasi una punizione da servizio militare. E allora, altro che poco: sembra troppo.

Resta, come tipico tratto della “buona pratica cattolica”, la devozione esibita in pubblico, il formalismo dei riti, l’adorazione del Papa e delle immagini dei Santi e della Madonna, l’ipocrisia delle giaculatorie recitate meccanicamente, senza sentirle come proprie, e spesso senza neanche capirle, magari nel “latinorum” deformato dal romanesco, che piace tanto al popolino più ignorante per la sua carica un po’ minacciosa di fascino e mistero (e su cui il Belli intinge golosamente il pane dell’ironia in numerosi sonetti). Insomma, i doveri e i divieti, quelli sensati e quelli più astrusi, sembrano osservati per mero conformismo, come se si trattasse d’una serie di esercizi fisici da superare in una sorta di decatlon della “morale” ostentata”. La religione – è il rischio, ma anche la denuncia – vista come un quotidiano tour de force di abilità, un prontuario di gesti e privazioni psichiche e corporali che poco o nulla ha di spirituale.

E le “opere di bene”? Non ci sono. Al massimo, la corvée della confraternita (la Missione) che si risolve, però, in ulteriore auto-referenziale proselitismo ed esteriorità (spesso in “maschera”: tuniche, sacconi, corde alla cintura), con processioni, recite di preghiere, rosari collettivi ecc.

Il cattolico tipo appare, perciò, un uomo bigotto e ipocrita, un baciapile per conformismo e timore delle punizioni. Viene in mente una possibile definizione di “bigotto” (probabilmente dal francese bigot, epiteto offensivo dato ai cristiani di Normandia, forse per un loro frequente intercalare “per Dio”, bee God in antico inglese): un fedele religioso che mostra a tutti uno zelo esagerato, una pignoleria ostentata nell’osservare le più minute pratiche prescritte dalla regola o dal culto. Ma, appunto, è solo rigore nelle pratiche esteriori e assai poco nello spirito religioso e nell’etica. 

Oltretutto, ne viene fuori il ritratto d’un tipo pedestre, nient'affatto eroico e per niente intelligente, anzi un po’ sciocco. Sciocco? Vabbe’ che la religione formalistica è dei “poveri di spirito”, un sublime eufemismo che sta addirittura nel Vangelo, tanto che gli etimologisti (devono essere tutti atei) fanno derivare il nome stesso “cretino” da “cristiano” (non viceversa), come ha confermato anche l'Accademia della Crusca sulla base di studi etimologici vecchi e nuovi! 

Ma è anche un individuo-non-individuo, quello soggetto agli obblighi formalistici della Chiesa, come appaiono da questi due sonetti. Un penoso uomo-massa che è annullato e controllato da un severo controllo sociale, quello della folla degli altri fedeli e dei religiosi. Qualcosa che ci ricorda il rozzo conformismo delle masse islamiche, più che l’ascetismo individuale o il dignitoso individualismo “a tu per tu” con Dio, caratteristico del protestantesimo e anche dell’ebraismo. Perciò, qualcuno ha detto, che l’individuo sembra non esistere nel Cattolicesimo così interpretato e realizzato. Il che poi avrà inesorabili conseguenze storiche, economiche e politiche: il Liberalismo e il libero mercato non nascono in terre cattoliche, ma in quelle riformate. 

Nella pratica cattolica tutto è pantomina, rappresentazione, teatro, colori sgargianti, eccesso di forme, movimenti di masse. Lo stile e il secolo tipici? Il barocco, il Settecento. E per la Chiesa di Roma è sempre barocco, sempre Settecento. Ecco che cosa è, o si è ridotto a essere in questi tempi di decadenza – sembra dire il poeta – un “buon cristiano”. Come meravigliarsi, perciò, se il tipico popolano romano, rappresentato in un’evidente satira nel secondo dei sonetti col medesimo titolo "Er galantomo" (noi riportiamo quello del 1832), proprio questo intende. Ovviamente, con l'aggiunta di un ulteriore sarcasmo nominalistico, dovuto alla voluta confusione dell'essere “galantuomini”, cioè persone oneste e per bene, con l'essere bigotti. 

Infine una nota di colore: le raccomandazioni per essere un "buon cristiano" sono rivolte, come dice chiaramente il titolo del primo sonetto (Er galantomo), innanzitutto al popolano maschio: alle donne sono dedicati altri sonetti. Infatti, arriva subito l'invito a non fare i propri bisogni nei portoni, propri e altrui, pratica evidentemente diffusissima nel primo Ottocento in una città papalina che, a differenza di quella molto più civile ed evoluta degli Antichi Romani, non ci risulta fosse dotata di latrine e bagni pubblici, e dove perfino molte grandi dimore patrizie non avevano stanze da bagno, tanto da collocare talvolta la pestilenziale "seggetta" (sorta di sedile forato contenente un alto e capiente vaso di ceramica), nel vano della finestra di un pianerottolo, e non sempre nascosta da una tenda... Cosicché quasi tutti espletavano i propri bisogni fisici dove capitava: nel buio d'un angolo sotto una scalinata, dietro un albero, in un cortile, nelle zone più oscure dei vicoli, nei vicoli ciechi e non transitabili tra due caseggiati ("chiassetti" in toscano) e, appunto, perfino dentro gli androni dei palazzi.

ER GALANTOMO (II)

Nun ce vò mmica tanto pe ssapello (1)
si ssei un galantomo o un birbaccione.
Senti messa? sei scritto a le missione?
cuann’è vviggijja, magni er tarantello?
a le Madonne je cacci er cappello?
vôi bbene ar Papa? fai le devozzione?
si ttrovi crosce ar muro in d’un portone,
le scompisci, o arinfòderi l’uscello?
dichi er zottumprisidio cuanno t’arzi?
tienghi in zaccoccia er zegno der cristiano?
fai mai la scala-santa a ppiedi scarzi?
tienghi l’acquasantiera accapalletto?
Duncue sei galantomo, e ha’ tant’in mano
da fà ppuro abbozzà Ddio bbenedetto.
11 novembre 1832

Versione. Il galantuomo [la persona per bene]. Non ci vuole tanto per sapere se sei una persona per bene o un poco di buono. Vai a messa? Sei iscritto alla Confraternita? Quand'è vigilia mangi il tonno? Davanti alle immagini della Madonna ti togli il cappello? Vuoi bene al Papa? Frequenti i sacramenti? Se in un portone trovi una croce dipinta sul muro [proprio per incutere rispetto e non far orinare], gli orini sopra o rinfoderi l’uccello? Dici la preghiera alla Vergine “Sub tuum praesidium...” quando ti alzi dal letto? Tieni in tasca il segno del cristiano [il rosario]? Sali mai la Scala Santa a piedi scalzi? Hai un’acquasantiera in capo al letto? Dunque sei una persona per bene, e hai in mano argomenti sufficienti per mettere a tacere perfino Dio benedetto.

È colpa dei fedeli questo inaridimento delle radici spirituali della religione cattolica oppure è tutta responsabilità delle gerarchie di S. Madre Chiesa? «È forse egli solo, il povero popolano, nella sua semplicità e modestia intellettuale e morale, a non aver capito, ad aver immiserito e banalizzato il messaggio evangelico?», sembra chiedersi il Belli. No, nient’affatto. Quelle minute prescrizioni esemplificate nei due sonetti sono letteralmente proprio le raccomandazioni che qualsiasi parroco zelante richiede a ogni parrocchiano per considerarlo ufficialmente “buon cristiano”. È chi ha messo in testa questa pratica, queste idee, ai preti se non la Chiesa, con i lunghi e perfino cavillosi studi di seminario?

Un nemico della Chiesa Cattolica potrebbe facilmente sostenere che altro non è la “cattolicità” che una serie infinita di belle chiese, stupendi monumenti, statue raffinate, belle musiche da chiesa, abiti sfarzosi – anche di porpora e d’oro – che mutano di colore e ornamenti ogni giorno, come neanche le donne più capricciose fanno, ed eleganti fiocchetti esibiti perfino sull’abito della festa delle donne del popolo. Senza contare la lunga serie di festività e addirittura l’obbligo, davvero incredibile, di mangiare pesce in certi giorni, detti “di vigilia”, e non certo il pesce meno costoso (ma il “tarantello” o filetto di tonno).

Ma allora aveva ragione la Riforma protestante. Nelle Chiese riformate, come la luterana “evangelica” e la calvinista, la religione non è vista come esteriorità, ostentazione di gesti, riti ripetitivi, formalismo, burocrazie di indulgenze, mercato dei miracoli e lusso, ma come esperienza interiore. La rottura con la Chiesa di Roma si era avuta proprio su questi punti nel 1517, quando il monaco agostiniano Martin Lutero pubblicò le sue “95 Tesi” sulla porta della chiesa del castello di Wittemberg. 

Eppure, il moralismo espresso dal Belli occhieggiava, sia pure emarginato e isolato, nella Chiesa. Perciò siamo sicuri che entrambi i sonetti, perfino "La riliggione der tempo nostro", probabilmente letti dallo stesso Belli davanti a qualche monsignore dell’Accademia Tiberina, non saranno stati giudicati blasfemi dagli ecclesiastici dotati di senso del comico o di un'alta concezione religiosa, ma anzi, saranno stati approvati, sia pure con molta ipocrisia. Anche perché il furbo e ambiguo Belli fa finire il secondo sonetto "in Gloria", lodando per contrasto in modo paradossale il Vangelo, che - lamenta - ormai tra tante feste, abiti e rituali raffinati, non viene più letto e rispettato, anzi, è carta da vendere a peso al salumaio, perché la usi per incartare il salame. E con questa "morale della favola" così virtuosa - si illudeva il poeta - quale cardinale o monsignore del Sant'Uffizio avrebbe potuto accusare il sonetto di spirito "protestante"? Peccato che proprio i protestanti, a cominciare da Lutero, contrapponevano di continuo la corrotta Chiesa di Roma al Vangelo!

LA RILIGGIONE DER TEMPO NOSTRO

Che rriliggione! è rriliggione questa?
Tuttaquanta oramai la riliggione
Conziste in zinfonie, ggenufressione,
Seggni de crosce, fittucce a la vesta,
Cappell’in mano, cenneraccio in testa,
Pessci da tajjo, razzi, priscissione,
Bbussolette, Madonne a ’ggni cantone,
Cene a ppunta d’orloggio, ozzio de festa,
Scampanate, sbasciucchi, picchiapetti,
Parme, reliquie, medajje, abbitini,
Corone, acquasantiere e mmoccoletti.
E ttratanto er Vangelo, fratel caro,
Tra un diluvio de smorfie e bbell’inchini,
È un libbro da dà a ppeso ar zalumaro.
11 ottobre 1835

Versione. La religione del tempo nostro. Quale religione! È religione questa? Tutta quanta oramai la religione consiste in musiche da chiesa, genuflessione, segni di croce, nastrini sul vestito [che le donne si appuntano come ex-voto per scampato pericolo], cappelli in mano, cenere sul capo, pesci da taglio [per il pranzo “di magro”], mortaretti e feste, processione, bussolotti della questua, Madonne a ogni cantone, cene con gli occhi sull’orologio [per timore che passi la Vigilia], ozio della festa, suono di campane, sbaciucchiamenti, percosse al petto [in atto di contrizione], palme, reliquie, scapolari benedetti, corone, acquasantiere e candele. E intanto il Vangelo, caro fratello, in un profluvio di smorfie e begli inchini, è un libro da vendere a peso al salumaio [perché ne faccia carta per incartare il salame].

(1). Nel manoscritto originale c’era scritto “capillo”, non “sapello”; «ma la correzione per la rima è necessaria – scrive il Cagli – ed è già stata adottata dal Morandi e dal Vigolo».

IMMAGINI. 1. La predicazione in piazza di B. Pinelli. I frati predicatori, in particolare, eccitavano il fanatismo del popolino più ignorante e suggestionabile. Si notino ai lati i volontari di qualche confraternita col volto celato (i "sacconi"). 2. Fedeli che baciano il piede della statua di S.Pietro (B.Pinelli).


AGGIORNATO IL 17 NOVEMBRE 2015

10 novembre 2014

Strozzapreti, maccheroni e pasta al sugo per frati e preti ingordi.

Monaci golosi caricatura T. Rowlandson, satira The Holy Friar 1807
La figura del grasso religioso indolente, ingordo e schiavo del ventre – frate, prete, parroco, monsignore, vescovo, cardinale, fino allo stesso Papa – che nel chiuso del convento, in canonica, in sacrestia o nell’appartamento privato si abbandona a ogni sorta di ghiottoneria, è entrata nell’iconografia letteraria italiana fin dall’alto Medio Evo e in quella moralistica e anti-cattolica europea dalla Riforma in poi e soprattutto nel Settecento e Ottocento, occupando una parte rilevante dell’immaginario collettivo, tanto da essere quasi passata in proverbio, alimentando una colorita satira anticlericale che non è solo anglosassone e protestante, ma tipicamente italiana: si pensi solo alle figure tipiche di preti e frati nel Boccaccio. Preti avidi – scrive il Belli – che perfino la notte di Natale, tra una salmodia e l’altra, corrono a turno in sacrestia per vedere a che punto è il loro ricco brodo di petti di cappone che in cucina bolle da ore in un grande pentolone per il pranzo dell’indomani (Er giorno de Natale, 30 novembre 1832):

ccerto callaro
pieno d’acquaccia e petti de cappone.


Gli ecclesiastici aristocratici, di solito grandi proprietari terrieri – vescovi e cardinali – non avevano problemi nel fornirsi di leccornie, ma i meno ricchi esibivano il proprio potere imponendo ai sudditi non solo “mazzette” di vile denaro, ma anche regali in natura, cibi costosi o prelibati su cui il Belli ironizza spesso. E più alto in grado era l’ecclesiastico goloso, più infrangeva le regole di morigeratezza e i digiuni imposti ai poveri e ignoranti dalla Chiesa, come nel sonetto Er pranzo der Vicario (17 novembre 1834), in cui non c’è vigilia o Tempora che tenga. Altro che mangiare “di magro”, qui siamo al più spudorato mangiare grasso e ricco: c’è chi può.

Nun è er primo Vicario né er ziconno
che dde viggijj’e ttempora se sbajja,
e cconfonne er merluzzo co la quajja,
l’arenga e ’r porco, la vitella e ’r tonno.


E il basso clero? I frati erano talmente ghiotti di maccheroni da essere entrati nei luoghi comuni popolari e perfino nelle testimonianze letterarie fin dall’alto Medio Evo. Nella Cronaca di fra’ Salimbene da Parma, del Duecento, si parla di un altro frate, tale Giovanni da Ravenna, di cui non si era visto l’eguale in quanto al gusto con cui divorava lasagne al formaggio, come riporta E. Sereni: “nunquam vidi hominem, qui ita libenter lagana cum caseo comederet sicut ipse”. I monaci arrivavano al punto da farsi installare direttamente nella cucina conventuale il torchio per fare la pasta (“torculum pro formandis macaronis”). Perfino i monaci del convento benedettino di Disentis in Svizzera (1731). Notoriamente golosi e avidi di ogni ghiottoneria, godendo di rendite e quindi d’un regime alimentare ricco, i frati dei conventi potevano permettersi a tavola praticamente di tutto.

Nel poemetto satirico The Holy Friar (1807), il celebre disegnatore inglese Thomas Rowlandson rappresenta più volte il tipico frate cattolico romano in modo ributtante: coi tratti del viso marcati e volgari, naso grosso e labbra sensuali, seduto a tavola tra porcellini arrosto e piatti che traboccano di vermicelli. Invece, i preti secolari, cittadini soggetti alle elemosine e più poveri, disdegnando il caviale dei cardinali e non avendo le prebende di certi conventi, si “limitavano” a essere ingordi di carni arrosto, pesci e soprattutto di maccheroni.

Era talmente risaputa l’avidità senza limiti di preti e frati, golosi specialmente di pasta, i quali soprattutto nello Stato del Papa (Lazio, Umbria, Marche, Emilia-Romagna) cercavano con ogni pretesto di mangiare a sbafo, che le massaie chiamavano con ironia strozzapreti certi rozzi e pesanti cannolicchi o cavatelli aperti, impastati senza uova, grossi di spessore e lunghi un pollice, difficilmente mangiabili in un sol boccone, che perciò sembravano fatti apposta per le larghe bocche di quei voraci e instancabili trangugiatori di ogni ben di Dio che erano gli uomini in tonaca. (Non che le monache fossero meno golose – specie di dolci – ma di solito erano relegate nei conventi). Preti e frati, invece, erano sempre in mezzo, si intrufolavano di continuo nella vita delle famiglie, e avevano la faccia tosta di chiedere di essere invitati nella case dei fedeli di cui apprezzavano la cucina, bevendo e divorando senza ritegno tutto il possibile, specialmente queste rustiche paste condite.

Anche se – commenta da par suo il Belli dopo un pranzo ricchissimo coronato da un’enorme zuppiera di strozzapreti – ci vuole ben altro che gli strozzapreti per mettere a repentaglio le smisurate fauci d’un religioso di Santa Madre Chiesa con forchetta in mano. Altro che strozzarsi: con quell’aria da sempliciotto sarebbe capace di ingoiare in un sol boccone perfino l’uomo più grasso di Roma:.

LA SCAMPAGGNATA
Nun pòi crede che ppranzo che ccià ffatto
Quel’accidente de Padron Cammillo.
Un pranzo, ch’è impossibbile de díllo:
Ma un pranzo, un pranzo da restacce matto.
Quello perantro c’ha mmesso er ziggillo
A ttutto er rimanente de lo ssciatto,
È stato, guarda a mmé, ttanto de piatto
De strozzapreti cotti cor zughillo.
Ma a pproposito cqui de strozzapreti:
Io nun pozzo capí ppe cche rraggione
S’abbi da dí cche strozzino li preti:
Quanno oggni prete è un sscioto de cristiano
Da iggnottisse magara in un boccone
Er zor Pavolo Bbionni sano sano. 

16  novembre 1834

Versione. La scampagnata [eufemismo per “pranzo fuori porta”]. Non puoi credere che pranzo che ci ha preparato quel diavolo [“accidente” ha qui senso elogiativo, di valore, precisa in nota il Belli] di padron Camillo. Una cosa impossibile a dirsi: da restarci matti. Ma quello che ha messo il sigillo a tutta quella gran profusione, è stato, senti a me, un enorme piatto di strozzapreti cotti col “sughillo”. Ma a proposito di strozzapreti, io non posso capire per quale ragione si debba dire che strozzano i preti, quando ogni prete, con tutta la sua aria ingenua, è in grado di inghiottire in un solo boccone pure il signor Paolo Biondi [il più corpulento a Roma, ai tempi del Belli].

Gli strozzapreti sono un tipo di pasta grossa lunga un pollice ancor oggi presente in tutta l’Italia Centrale, soprattutto in Umbria, Lazio, Marche ed Emilia-Romagna (l’antico Stato della Chiesa), ma con altri nomi anche in Abruzzo e Italia Meridionale, sia come pasta fresca fatta in casa (l’ideale è farli di farina integrale e di forma rozza e irregolare aiutandosi con uno spiedo di ferro), sia come pasta secca prodotta e diffusa da artigianato e industria pastaria.
Nel primo Ottocento gli strozzapreti con sugo di carne – dice il Belli – erano diffusi a Roma perfino nella classe popolare benestante? Buono a sapersi, è una testimonianza di prima mano di storia sociale della gastronomia. Il Belli era figlio di una napoletana, e a Napoli  aveva dovuto trascorrere qualche anno della drammatica adolescenza. Cosicché, quegli strozzapreti tipici della cucina romana della festa, da lui descritti in nota come “cannelletti di pasta prosciugata, lunghi un pollice”, dovevano piacergli ancor di più grazie al nuovo “sughillo alla napolitana”, che altro non era – aggiunge – che “sugo di stufato” di carne nel quale erano verosimilmente ripassati in un secondo tempo dopo essere stati regolarmente bolliti in acqua. (“Cotti cor zughillo”, come dice il sonetto, è scorretto gastronomicamente o approssimativo).

Ma il Belli doveva sapere che nella sua Roma si producevano maccheroni che nulla avevano da invidiare a quelli di Napoli. Basta dire che sono stati trovati dei prezzari d’epoca appena pre-belliana, del 1752, quindi ancora compatibile coi Sonetti, che provano che la pasta di Roma era rinomata ed esportata perfino a Napoli (G.Buitoni 1938). Anzi, la corporazione dei Vermicellari romani era molto più antica di quella napoletana, visto che risaliva al Cinquecento e ai grandi cuochi della Corte pontificia, essendo la pasta un cibo tipicamente aristocratico e costoso, tant’è vero che in origine si condiva con zucchero e cannella. Infatti, oltre alle ricette di pastasciutta dolce del Rinascimento, le laganae della festa di Etruschi e Romani antichi oggi sopravvivono a Viterbo e in Umbria come “maccheroni dolci con le noci”, originalissimo e squisito dolce tipico delle feste tra Natale ed Epifania, che è proprio il periodo degli antichi Saturnali.

E dunque deve essere solo per amor di battuta (che, si sa, più è cinica, meglio riesce) o di rima, quando scoppia il colera a Napoli, il Belli si lascia scappare un commento ironico che oltre a essere incongruente è “socialmente scorretto: ”Ora tocca a quei poveri cafoni”, scrive. “E fino a quando avranno questo morbo addosso, noi romani non mangeremo più per niente maccheroni! (Er còllera mòribbus, 1° novembre 1836):

Mó ttocca a cqueli poveri cafoni,
e inzin che ccianno
sta pietanza addosso
nun ze
maggna ppiú un cazzo maccaroni.


E quando un marchese napoletano impazzisce, il Belli descrive Napoli come una città unica, che nessun Paese può imitare, in quanto a mostaccioli, balli, pazzie, maccheroni, sifilide, trippa cotta e facce gialle (Er matto da capo, 3 ottobre 1831).

Eh, ggià sse sa cc’a mmostaccioli, a bballi,
mattería, maccaroni e mmal francese,
se sa che a ttrippa verde e a ggruggni ggialli
nun c’è da stacce appetto antro paese.


La Roma del Belli, però, che ancora condisce i propri maccheroni con solo formaggio grattugiato, pepe e butirro, è ingolosita dai nuovi condimenti per maccheroni inventati dai napoletani. Così, se non i popolani, almeno la loro parte più abbiente (i “minenti”), e naturalmente la borghesia, l’aristocrazia e il clero medio-alto, sono subito pronti a provare il nuovo condimento up to date: il “sughillo” napoletano. Sugo che, però, pretende anche un arrosto, pietanza che a quei tempi davvero pochi e solo in eventi eccezionali possono permettersi tra i non ricchi.

Ecco perché i popolani se li sognano i “maccaroni cor zughillo”, e i preti poveri e i frati golosi si precipitano ovunque una massaia benestante e di manica larga li versi fumanti nei piatti. In un sonetto del 26 dicembre 1844 (La mojjetta de bbon core) un popolano disperato promette che se avrà la grazia farà vere e proprie pazzie, come dar fuoco alla casa e gustare finalmente due piatti da sempre sognati: una ricca frittata “rognosa”, cioè farcita di prosciutto e guanciale (Ravaro, Diz Roman. 2005), e un piatto di “maccaroni cor zughillo”:

Si Ddio me fa sta grazzia, senti, sposa,
do ffoco a ccasa: vojjo fà uno strillo.
Vojjo maggnà ’na frittata roggnosa
e bbravi maccaroni cor zughillo.


Si festeggia a maccheroni anche dopo un’operazione riuscita per opera d’un bravo chirurgo: quando vi mette lui “le mani addosso”, fate pure servire i maccheroni (L’operazzione da la parte der cortile, 7 novembre 1838):

Quanno ve mette lui le man’addosso
fate puro ammanní li maccaroni


E che i maccheroni per i poveri fossero non un piatto reale, ma un’utopia, quasi un modo di dire proverbiale, lo prova anche quest’invettiva (Le grazziette de mamma, 23 febbraio 1837): quando muori voglio festeggiare con un pasticcio di maccheroni e un triduo a sant’Anna:

Quanno che schiatti vojjo fà un pasticcio
de maccaroni, e un triduvo a ssant’Anna


Il sugo di stufato di manzo, di origine napoletana testimoniato dal Belli nel 1834, quindi, viene a rivoluzionare la pastasciutta, che in precedenza era condita solo con formaggio e-o burro, e per gli aristocratici più tradizionalisti con zucchero e cannella. Ora comincia a popolarizzarsi, e pur essendo il sugo di carne alla portata solo di nobili e – ma solo nei giorni festivi – anche di piccolo-borghesi e “minenti”, entra nell’immaginario collettivo dei romani, tanto che perfino i popolani ormai si permettono di desiderarlo. Ancora di là da venire la salsa di pomodoro, i maccheroni col sughillo entrano nei sogni dei popolani romani, non solo come cibo “squisito” ma soprattutto come piatto della festa, simbolo evidente di un nuovo status sociale faticosamente raggiunto.

IMMAGINI. Religiosi avidi e golosi (si noti, insieme con porcello arrosto, anche il piatto debordante di maccheroni) in un disegno di T. Rownaldson in The Holy Friar (1807). Immagini di strozzapreti crudi integrali (fatti in casa e industriali), di strangolapreti e di strangozzi conditi.

AGGIORNATO IL 5 APRILE 2015

11 aprile 2014

Altro che “madre delle Sante”: la fica è il vero motore del Mondo!

Origine du Monde. Museo d'Orsay (picc.) (G.Courbet 1866) Tre anni dopo la morte di G.G. Belli (1863), che nel 1832 aveva scritto il famoso sonetto La Madre de le Sante, il pittore francese Gustave Courbet dipinge un piccolo quadro a olio che rappresenta il soggetto considerato da secoli il più “osceno” di tutti, anche se, viste le statuette della Grande Madre, primordiale divinità femminile comune a tutte le culture, e le numerose raffigurazioni nella cultura Indu della yoni o “vulva sacra” (v. immagine in basso), è paradossalmente – perdonate il calembour – “il mito più antico della Storia dell’Uomo: il pube della donna”.

Fatto sta che Courbet intitola il quadro “L’origine du Monde(v. immagine qui sopra). Siamo nel 1866, e per la prima volta quello che sta tra le gambe d’una donna diventa notizia pubblica, e fa scandalo grazie alla morbosità diffusa dalla malizia cattolica (al tema sono dedicati parecchi Sonetti del Belli: si pensi solo alla Confessione. Ma ancor oggi una pittura del genere non la passerebbe liscia, e sicuramente qualche gruppo di bigotti “padri di famiglia” o associazione cattolica denuncerebbe l’evento come “osceno”.

Lontani i tempi (XII sec.) in cui uno scultore popolare poteva raffigurare in un bassorilievo esposto alla vista di tutti, col consenso di popolo, aristocratici e preti, una donna (influente: ha la corona) – forse la moglie del Barbarossa – che allarga le gambe e mostra un foltissimo pube, con in mano una cesoia allo scopo di tosarlo (statua di Porta Tosa, v. immagine in basso, e qualche notizia in più in Giustizia a Milano). Che fosse giusta vendetta dopo la distruzione di Milano da parte del Barbarossa o che avesse uno scopo apotropaico, cioè secondo le superstizioni popolari beneaugurante e scaccia-guai, resta il fatto che ancora nell’Alto Medioevo il pube femminile era alla portata visiva di chiunque. D’altra parte, ammettiamolo, gli organi genitali hanno sempre avuto una grande importanza nella vita dei popoli latini, e specialmente nella vita del popolo italiano, come ha scritto Curzio Malaparte.

Ma torniamo a L’Origine du Monde del Courbet. Come per i Sonetti erotici del Belli, vergognose autocensure si accaniscono sull’opera per più d’un secolo. Dipinto su commissione del diplomatico ottomano Khalil Bey, il quadro divenne subito clandestino anche tra galleristi e collezionisti, tra cui si nascondevano non pochi erotomani. Rivenduto più volte, nascosto dalle mogli dei vari proprietari con ridicole tendine o pannelli dipinti sovrapposti, trafugato, ricercato dai nazisti e dai sovietici, poi miracolosamente recuperato, approdò infine alle pareti di casa del celebre psicanalista francese Jacques Lacan, che poi lo lasciò al museo parigino d’Orsay, dove tuttora è stabilmente esposto.

Eppure, se nell’atavico immaginario maschile il desiderio ha un organo bersaglio, si concentra e si simbolizza da milioni di anni proprio lì. La “topa”, insomma, è anche un topos. Simbolo primigenio, perché nonostante la quotidianità e banalità del corpo umano è stato rappresentato nei miti ancestrali della fertilità (Grande Madre), quando il matriarcato voleva che prima ancora dell’organo fecondatore maschile, come poi accadde per millenni, quello fecondato femminile fosse dominante, visto che “misteriosamente” coincideva con il luogo da cui originava una nuova vita. Fu così che una divinità femminile col pube in evidenza s’imponeva nei miti pagani delle Origini, e la vulva scoperta ha sempre una funzione beneaugurante. Fertilità per gli Antichi voleva dire figli numerosi, perciò lavoro, ricchezza, felicità.

Porta Tosa (Milano) bassorilievo (picc.) Ma il Cristianesimo, negando corpo e sessualità e fondando ordini monastici e sacerdozio sulla castità, fa sì che la rappresentazione realistica della vulva sia vietata o considerata molto sconveniente. Tanto che ancor oggi l’angolo visuale del quadro di Courbet, che coincide col tema del sonetto del Belli, è considerato “di cattivo gusto” perfino in ambienti non religiosi e “progressisti”, come se fosse tipico dell’ominide, del ginecologo e del maniaco, a quanto pare tre gradi successivi di abiezione.

Certo, rappresentare il ventre femminile da un’angolazione visiva impossibile alla donna stessa, ma tipicamente maschile, e per di più identificarlo tout-court con “la donna” (la sineddoche o parte per il tutto è del resto una figura retorica antica), urta nello stesso tempo contro la Chiesa, che quella parte ha sempre umiliato tirando in ballo una presunta “anima”, e contro il femminismo che quella parte ha sempre esaltato, opponendo al posto dell’anima il cervello e dipingendo ogni sua ingiustificata esibizione da parte dei maschi (fica=donna) come o giovanile fissazione goliardica o volgare provocazione maschilista.

Ma né il Courbet, né il Belli cadono nel tranello maschilista: la parola “donna” hanno il buongusto di non scriverla, e così si salvano, a futura memoria, dalle femministe d’oggi. Il primo, infatti, intitola il ritratto di quella piccola parte anatomica ripresa dalla sua modella, con ironica metafora, L’Origine du Monde (l’origine del mondo), volendo significare quello degli esseri umani. Ma perché “mondo”? Meglio avrebbe fatto a intitolarla L’Origine de l’Homme, cosa biologicamente più sensata, visto che perfino un bambino sa che da quell’orifizio, temuto neanche si trattasse delle gole dell’Ade o desiderato come il giardino dell’Eden, non nascono fiumi, montagne o pesci, e neanche solo donne, ma nientedimeno il genere umano tutto.

Più bravo titolista, certamente, il Belli nel suo sonetto, famoso tra i cultori belliani e i collezionisti di letteratura “vietata”, La madre de le Sante. Anche qui è in primo piano l’organo femminile, ma solo linguisticamente, cioè con i suoi quaranta sinonimi. Il sonetto diventa, così, una mirabile esercitazione acrobatica e virtuosistica, un capolavoro di ricerca nel linguaggio popolare, che fa il paio col sonetto gemello, che abbiamo già commentato: Il Padre de li Santi.

Yoni o vulva sacra Anche qui, come nella Origine du Monde, una metafora forte nel titolo, col medesimo artificio semantico, ma con qualche differenza. Non potendo essere chiamato col proprio nome, il sesso della donna viene accreditato o di aver generato il Mondo (che esagerazione!), dal Courbet, o di aver dato origine alle Sante (più vero, anche se paradossale). Che cosa non si fa per essere inattaccabili dalla censura sessuofobica o ecclesiastica! Due diverse strategie: la prima scientista e laicista, tutta esterna alla Chiesa, secondo il costume francese adatto agli eredi della Rivoluzione borghese (Courbet); la seconda religiosa e tutta interna alla Chiesa, secondo il costume cattolico adatto alla beghina Roma dei Papi.

Insomma, due trovate geniali, ma la palma del titolo più ironico spetta al Belli. E in effetti – sembra sfidare beffardamente l’autore – signori papi, cardinali, vescovi, monsignori e preti, è inutile che mi scomunichiate: la vulva della donna che voi considerate strumento del Demonio è la stessa che hanno avuto le Sante (e che le ha generate), senza contare le vostre nonne, madri e sorelle. E allora, vogliamo almeno chiamarla col suo nome, anzi con tutti e quaranta i suoi nomi, dotti, familiari e popolari?

LA MADRE DE LE SANTE
Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,
pe ffasse intenne da la ggente dotta
je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina,
e ddà ggiú co la cunna e cco la potta.
Ma nnoantri fijjacci de miggnotta
dìmo scella, patacca, passerina,
fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,
fregna, fica, sciavatta, chitarrina,
sorca, vaschetta, fodero, frittella,
ciscia, sporta, perucca, varpelosa,
chiavica, gattarola, finestrella,
fischiarola, quer-fatto, quela-cosa,
urinale, fracoscio, ciumachella,
la-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.
E ssi vvòi la scimosa,
chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,
chi cciufèca, tajjola, e ssepportura. 
6 dicembre 1832

Versione. La madre delle Sante. Chi vuol chiedere sesso a Caterina, per farsi capire dalla gente dotta, dovrebbe dire vulva, vagina, e seguitare con cunna e potta. Ma noi altri figliacci di mignotta [semplici e duri, gente del popolo che parla come mangia, NdR] diciamo cella, patacca, passerina, fessa, spacco, fessura, bugia, grotta, fregna, fica, ciabatta, chitarrina, sorca, vaschetta, fodero, frittella, cicia, sporta, parrucca, varpelosa, chiavica, gattarola, finestrella, fischiarola, quel-fatto, quella-cosa, orinale, fracoscio, lumachella, la gabbia-dell’uccello, e la brodosa. E se vuoi la cimosa [l’aggiunta], chi la chiama vergogna e chi natura, chi ciufèca, tagliola e sepoltura.

Insomma, è un tipico sonetto-elenco del Belli. Colpisce che i sinonimi dell’organo della donna sono solo 40, mentre quelli dell’organo maschile (“Il padre de li santi” già citato), più polisignificante, arrivano a 53. Non meraviglia, invece, che l’opportunista Belli, rimatore spregiudicato, non fa qui alcuna gerarchia tra i sinonimi in base a popolarità e frequenza d’uso, ma li mescola a caso come più gli torna comodo per comodità di metrica e rima. Ha scritto un noto critico: «A Belli piacevano gli elenchi. Elencava nomi, sinonimi: li metteva in fila, ritmandoli in splendidi endecasillabi, disegnandoli nell'arco di un sonetto che – scrisse Gadda – “sgorga di vena e chiude di necessità”» (Enzo Siciliano, Corriere della Sera, 15 marzo 1984). A noi appaiono “pezzi di bravura”, scommesse acrobatiche con la metrica e con se stesso, ma già il grande belliano GiorgioVigolo aveva espresso qualche riserva: «La mania del catalogo era latente nel Belli, sempre pronta a venir fuori nei Sonetti, non appena il tessuto si allentasse. Si pensa che, anche dormendo, continuasse a fare sonetti con la testa ronzante di endecasillabi e di sostantivi in elenco. Sempre che gli se ne presenti il destro, ecco che apre il rubinetto dei nomi e se ne serve per rincalzo ritmico o piú semplicemente per riempitivo. Si può affermare a ogni modo, fin d'ora, che il Sonetto a catalogo, o i versi di molti nomi in fila, denunciano sempre una mi­nore presenza di autentico parlato popolaresco e uno schema di origine letteraria in cui può andare a defluire una ricchezza lessicale, ma non sintattica. È insomma l'equivalente del gusto per i sinonimi del Tommaseo che qui si traspone al vernacolo e arriva a comporsi in sonetti che sono articoli di vocabolario romanesco messi in rima» (Giorgio Vigolo, Saggio sul Belli).

Paradossale, piuttosto, che nella lunga elencazione belliana i due sinonimi più comuni nella lingua popolare romanesca, fregna e fica, appaiono come nascosti. Eppure lo stesso Belli li usa molte volte. Io vorrei tanto, dice p.es. l’innamorato pazzo di Geltrude, che noi due amanti fossimo “Giartruda tutta sorca, io tutt’uscello” (L’incisciature). Del resto il popolino non diceva anche di Santaccia, famosa prostituta di piazza Montanara, che “ddiventava fica da ogni parte”, grazie alle sue ben note virtù acrobatiche per accontentare insieme anche quattro clienti per volta?

E la fica poteva anche essere vantata come intatta, non si sa se in modo veritiero, da qualche ragazza denunciata al capo rione per condotta immorale da una gelosa concorrente. Con argomentazioni difensive geniali, degne del più capzioso degli avvocati. Non solo, e va bene, “sta fica è ancora sana”, ma “io sò zzitella ppiú de la Madonna, perché llei, nun fuss’antro, ha ffatto un fijjo” (Er presidente dell’Urione, 26 giugno 1832).

Ma perché “fica”? Per la vaga somiglianza dell’esterno dell’organo sessuale, dicono gli etimologi, almeno in molte donne, col frutto del fico, che nell’italiano delle origini doveva per forza essere sostantivo femminile (“fica”), come tutti i frutti (la mela, la pera, la susina), mentre maschili sono gli alberi corrispondenti (il melo, il pero, il susino). Questa è la regola ancor oggi. Perciò se fico è l’albero, fica era e dovrebbe essere il frutto. E tale è ancora presso sempre più rari contadini laziali e venditori di frutta del Centro-Italia e del Sud (p.es. a Lecce e nel Salento qualche banco di fruttivendoli vende “le fiche bone”), cioè dove le tradizioni del latino volgare si sono conservate meglio. Ma ben presto, dato il diffondersi della metafora anatomico-sessuale “fica” nel linguaggio popolare, per evitare confusioni si fece eccezione solo per il frutto del fico, e così fu volto al maschile. Fatto sta che fica o figa come organo sessuale appare già nell’Alto Medioevo ed è presente nelle Trecentonovelle del fiorentino Sacchetti (1393 circa). Invece, dove fica vuol dire solo il frutto, il nome è rimasto tuttora al femminile, come nei dialetti ligure, napoletano, leccese ecc. e nelle lingue neolatine (francese: la figue). Eppure, nella Roma di ieri ancora qualche venditrice di frutta urlava: «quant’è bbona la fica mia» (Zanazzo), e il medesimo invito, per niente sessuale, è stato ascoltato di recente al mercato Trionfale da più d’una venditrice “rustica”, cioè di quelle venute dalla campagna, che con astuzia commerciale faceva leva sulla sua esibita rusticità linguistica per dare a intendere che anche il frutto fosse rustico e genuino.

Fica, dunque, come organo sessuale della donna, ma anche come attività sessuale in generale. Nel sonetto La vita dell’omo che cosa di male e di bene deve attendersi dalla vita l’uomo adulto? “Lo spedale, li debbiti, la fica...” E qual è il problema principale dei monaci in convento, per dirla con Er Padre Suprïore (14 marzo 1834)? “So’ ddisperati pe la fica”. Dura, infatti, è la vita del prete: può e non può, vuole e non vuole. D’altra parte – argomenta il popolano del Belli con eversivo ma stringente sillogismo – “ssi vvoleva Iddio dajje er cappello / a lluminetto, e llevajje la fica / l’averebbe creato senz’uscello” (se Dio avesse voluto un prete immune dalla tentazione del sesso lo avrebbe fatto senza organo maschile). E, in effetti, allargando la visuale all’uomo in genere, è tale il brulicare di donne facili che “diteme cuale cazzo nun z’addrizzi / fra ttanto pipinaro de miggnotte”, cioè ditemi quale uccello non vada in erezione tra tanto brulicare di donne facili (Li preti maschi, 11 gennaio 1833).

Ma sì, lo sanno tutti: alla fin fine, che cosa muove l’universo Mondo? Non i potenti, ma la fica e i soldi. I soldi e la fica. Due cose che vanno sempre insieme: tanto la fica attira i quattrini, quanto i quattrini attirano la fica (Un indovinarello, 8 novembre 1832):

UN INDOVINARELLO
Sori dottori, chi ssa ddimme prima
come se chiama chi ggoverna er monno?
Cuello che mmanna tanta ggente in cima,
cuello che mmanna tanta ggente in fonno?
Er Papa? er Re? - De cazzi, io ve risponno:
sete cojjoni, e vve lo dico in rima.
Er pelo e er priffe è cquer che ppiú se stima
pe cquanto è llargo e llongo er mappamonno.
Er priffe e ’r pelo sò ddu’ cose uguale,
der pelo e 'r priffe sò ttutti l'inchini,
p'er priffe e 'r pelo se fa er bene e 'r male.
E una cosa dell'antra è tanta amica
cuanto la fica tira li cudrini,
e li cudrini tireno la fica.
8 novembre 1832

Versione. Un indovinarello [gioco infantile dell’indovinare]. Signori sapienti, chi sa dirmi prima che cosa governa il mondo, che manda tanta gente in cima, e manda tanta gente in fondo? Il Papa? Il Re? Nient’affatto, vi rispondo: siete degli stupidi e ve lo dico in rima. La fica e il denaro è quel che più si stima per quanto è largo e lungo il mappamondo. Il denaro e la fica sono due cose uguali [per potere], per la fica e il denaro sono tutti gli inchini, per il denaro e la fica si fa il bene e il male. E una cosa dell'altra è tanto amica che tanto la fica attira i quattrini, quanto i quattrini attirano la fica.

Anche la fica, ma meno dell’organo maschile, ha anche altri significati traslati, tra cui anche ozio, nel senso che una donna che non ha niente da fare che fa? “Si gratta la fica” (Er lavore, 30 gennaio 1833):

Cuanno che fussi dorce la fatica,
La voríano pe ssé ttanti pretoni
Che jje puncica peggio de l'ortica.
Va' in paradiso se cce sò mminchioni!
Le sante sce se gratteno la fica,
E li santi l'uscello e li cojjoni.

Versione. Se la fatica fosse piacevole, la vorrebbero per sé tanti preti furbi, a cui punge più dell’ortica. Guarda in Paradiso, se ci sono gli stupidi: le sante si grattano la fica [stanno in ozio] e i santi l’uccello e i coglioni

Ma è anche la parte per il tutto, specialmente una parte anatomica per l’intero corpo (sineddoche), cioè una bella donna. In questo caso la regina è Anna Bolena in un’opera del Donizetti vista a teatro (La ssedia de Tordinone): Ierassera cuer bon pezzo de fica de la reggina,

E fica e fregna sono sinonimi, proprio come la Roma di ieri e la Roma di oggi sarebbero la stessa cosa, secondo la singolare tesi storica del Belli, che si finge popolano ma in realtà è un piccolo-borghese ultraconservatore (Rom’antich’e mmoderna, 23 marzo 1834):

Bbravi! Roma moderna, e Rrom’antica!
Sarebbe com’a ddí: «Vostra sorella
lo pijja ne la freggna e nne la fica».

Ma fregna vuol dire anche capriccio o fisima, tanto che ancor oggi nel raro parlare romanesco delle donne più anziane resiste l’espressione “Ci ha le fregne”, riferita a una donna un po’ svitata, con la luna storta. E il Belli infatti riporta: Chi lo sa cc’antra fregna j’ha ppijjata? (Chi s’impicca se spicca, 24 novembre 1831).

E fregna, alla fin fine, non sembra anche un peggiorativo di fica? In alcuni casi, sì. Infatti è anche usato nel significato di cosa da nulla, bazzecola. Non per caso fregnaccia è una stupidaggine. Figuriamoci, poi, quando due uomini si litigano una fregna senza valore [anche qui sineddoche per donna], che per essere rimasta senza peli non dà neanche la dote, per riferirsi a un antico e oggi sibillino proverbio romano poco chiaro anche per lo stesso Belli, come ammette in nota: “Peli e fregna so’ la dote de Carpegna” (La donna liticata, 21 dicembre 1832). Che questa famiglia entrata nel proverbio fosse così povera o avara da dare in dote solo la “fregna” delle proprie donne? Non lo sapremo mai. Fatto sta che il concetto è ribadito qui:

E accusì in dua se litica una freggna
che pper èsse arimasta senza peli
nun dà mmanco la dota de Carpeggna

AGGIORNATO IL 6 NOVEMBRE 2014

3 novembre 2013

Non c’è più religione: anche lo Stato del Papa ricorda il Belli.

Moneta 5 euro 150.o scomparsa GG Belli Zecca Italia,dritto 2013IL 150° ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA (21 DICEMBRE 1863).

Se è vero che il Belli patì i guai suoi più da vivo che da morto, è ancor più vero che le sue “fortune” le sta godendo, poveretto, più da morto che da vivo. Del resto, tranne Victor Hugo che ebbe in vita perfino una strada col suo nome (e immaginiamo che dovesse sentirsi più morto che vivo quando vi passeggiava), tutti i Grandi sono “postumi”, cioè riconosciuti grandi dopo la morte. E il Belli parecchi decenni dopo la morte. Ma come, in Italia non bastava morire per diventare qualcuno? Come un tempo in Unione Sovietica e oggi nella Chiesa. Nel primo caso il dittatore di turno faceva celebrare come “eroe della Rivoluzione” i suoi predecessori. Nel secondo caso i Papi di oggi stanno prendendo il vizio di fare Beati e Santi, spesso a furor di popolo (v. il famigerato grido “Santo sùbito”), quasi tutti i loro colleghi trapassati. Cose che neanche sotto i Borgia...

Visto, dunque, che in Italia diventa un Grande, una volta nella tomba, qualunque personaggio appena noto, quando ormai sigillato nella bara e oppresso da tonnellate di marmo è finalmente in condizioni di non nuocere e quindi non dà più fastidio ai concorrenti, agli invidiosi o al Potere, figuriamoci se non meritava onoranze, e coi fiocchi, il grande Giuseppe Gioachino Belli, unico, vero cantore del popolo di Roma, i cui bozzetti di carattere e d’ambiente restano tuttora ineguagliati, e ridicolizzano perfino nella lingua e nella tecnica del verso i suoi inadeguati e tardi epigoni Trilussa e Pascarella, che hanno grazie al finto romanesco all’acqua di rose molti più lettori.

L’ITALIA UNA MONETA, IL VATICANO UN FRANCOBOLLO.

Perciò, anche se siamo abituati ai 100 e 200 anni, e le mezze misure dei 50 e 150 anni ci emozionano poco, siamo lieti che lo Stato italiano si sia ricordato del 150.o anniversario della scomparsa del Belli, tanto da organizzare un “Anno belliano”. E’ noto che nelle ricorrenze i burocrati della cultura, incerti se essere intellettuali critici o impiegati dell’Anagrafe, indugiano morbosamente sulle date come vecchie zie di provincia, e anzi ricordano morbosamente più il momento della morte che quello della nascita, sorvolando magari sull’intera lunga vita – peggio se imbarazzante, drammatica e contraddittoria – come fu quella del Belli.

Fatto sta che la cosa più preziosa di questo “ricordo” statale è stata una moneta celebrativa d’argento (valore facciale 5 euro; venduto dalla Zecca di Stato a 43,50 euro, spedizione esclusa), formalmente a corso legale ma in realtà per collezionisti numismatici e investitori, che ha un dritto bello ma un rovescio brutto e irriconoscibile (v. sotto): un pezzo del tempio di Vesta con un campanile sullo sfondo. Risultato: primo premio del peggior panorama di Roma d’ogni tempo! E poi, perché “G. Gioachino Belli” anziché G. G. Belli, o al limite Giuseppe G. Belli, cioè mettere in risalto il secondo nome, quando lui stesso firmava per scherzo i primi sonetti “Peppe er tosto”? Insipienza di burocrati ed “esperti”. In più, è stata organizzata una serie di Convegni.

Il Vaticano, invece, sorprendendo quasi tutti, soprattutto i conoscitori superficiali dei Sonetti, ha stampato un francobollo, ovviamente brutto (famigerata è ormai l’estetica della Chiesa oggi) e con un valore inesistente tra le tariffe postali (1 euro). Come a dire: vabbe’, il dovere nostro lo abbiamo fatto, ma ‘sto francobollo non lo vogliamo vedere mai sulle buste della Posta vera, reale: resti un valore virtuale, nascosto nelle raccolte segrete dei collezionisti filatelici.

Poste Vaticane 150.o scomparsa GG Belli francobollo 2013 IL VATICANO SCEGLIE IL SONETTO SUL GIUDIZIO UNIVERSALE.

Come è stato presentato ai filatelici? Un foglietto di sei francobolli da 1 euro, reso più elegante dalla stampa in corsivo, al centro della composizione, d’un sonetto. Immaginiamo il dramma dei funzionari delle poste: quale scegliere tra i tanti, molti dei quali di argomento “religioso” o “ecclesiastico”, sì, ma fortemente critici e satirici? Probabilmente dopo aver sentito – vista la delicatezza del caso – il cardinale Governatore e forse anche qualche prelato esperto “belliano” (ce ne sono, ce ne sono), hanno optato per Er giorno der Giudizzio, un sonetto di argomento biblico tra i più innocui, dal sapore caricaturalmente michelangiolesco, ma sconclusionato e comico come un tema di bambini alle elementari. Certo, complimenti all’autoironia dei prelati del Vaticano, ma si sa che loro, come diceva il perfido matematico Odifreddi, alle interpretazioni infantili delle Sacre Scritture sono abituati. Non è forse la religione, e quella cristiana con dichiarata consapevolezza, tanto più se cattolica, una narrazione fantasiosa adatta a coloro che non usano il senso critico, cioè per dirla col migliore eufemismo possibile, i “semplici di spirito”?

ER GIORNO DER GIUDIZZIO

Cuattro angioloni co le tromme in bocca
Se metteranno uno pe cantone
A ssonà: poi co ttanto de voscione
Cominceranno a ddì: ffora a cchi ttocca.
Allora vierà ssù una filastrocca
De schertri da la terra a ppecorone,
Pe rripijjà ffigura de perzone
Come purcini attorno de la bbiocca.
E sta bbiocca sarà ddio bbenedetto,
Che ne farà du' parte, bbianca, e nnera:
Una pe annà in cantina, una sur tetto.
All'urtimo usscirà 'na sonajjera
D'angioli, e, ccome si ss'annassi a lletto,
Smorzeranno li lumi, e bbona sera.

25 novembre 1831

Versione. Il giorno del Giudizio [Universale]. Quattro angioloni con le trombe in bocca si metteranno uno per cantone a suonare; poi con tanto di vocione cominceranno a dire: Fuori a chi tocca. Allora verrà fuori dalla terra una fila di scheletri a pecoroni [“camminando, cioè, con mani e piedi”, spiega il Belli in nota] per riprendere l’aspetto di persone, come pulcini attorno alla chioccia. E questa chioccia sarà Dio benedetto, che ne farà due parti, bianca e nera. Una per andare in cantina, una sul tetto. Alla fine uscirà un formicaio [è il Belli stesso che suggerisce la traduzione, anche se non ci convince] d’angeli e, come se si andasse a dormire, spegneranno i lumi e buona notte! 

Foglietto Poste Vaticane 150.o scomparsa GG Belli (2013) MORI’ CON LO SCALDINO IN MANO.

L’anniversario del 150.o della scomparsa cade pochi giorni prima di Natale. Il Belli, freddoloso com’era, neanche a farlo apposta morì in pieno inverno, nel gelo del 21 dicembre 1863, alle ore 20 e 30, simbolicamente con uno scaldino in mano, per un colpo apoplettico – come riferì il figlio – a quanto si legge nel bellissimo e introvabile libro di S. Rebecchini, ingegnere-umanista e già sindaco di Roma, Giuseppe Gioachino Belli e le sue dimore (Palombi ed. 1987), ristampa rara e numerata di quella del 1970, di cui l’editore ha voluto farci dono della copia n.177.

ANNO “BELLIANO”? MA IL BELLI, ANCHE PER COLPA DEI “BELLIANI”, E’ ANCORA UN ILLUSTRE SCONOSCIUTO.

Fatto sta che l’anniversario è stata una sorpresa innanzitutto per i “belliani”. E’ stato accompagnato da un mediocre e clandestino “Anno belliano” di Convegni, noto solo ai pochissimi che lo hanno organizzato, ai relatori, e ai funzionari che per lavoro ricevono i comunicati ufficiali. L’iniziativa di Marcello Teodonio, a cui, certo, siamo grati per l’inserimento, anni fa, del Belli e della letteratura romanesca nei programmi dell’Università di Roma Tor Vergata, e per l’acquisizione filologica del testo originale dei Sonetti, che ora una redazione specializzata in informatica ha riversato su internet, non ha purtroppo avuto successo, cioè risonanza sulla stampa e presenza popolare, sia perché egli stesso appare inadatto alla divulgazione, mantenendosi volutamente lontano da internet (basta dire che non siamo neanche riusciti a trovare il suo indirizzo email per fargli conoscere il presente sito!), sia perché anche gli altri organizzatori degli eventi belliani non sono all’altezza del compito o non vogliono comunicare al largo pubblico. Insomma, come sempre in Italia: sono gli “specialisti” o gli accademici, in questo caso i “belliani”, i primi responsabili dell’incultura del pubblico. Perciò, se questi sono gli “amici” del Belli, figuriamoci i nemici!

Infatti, perdura, fino a essere ormai cronica, l’ignoranza dei Sonetti, l’unica opera geniale del Belli di cui valga occuparsi, in Università, accademie, associazioni culturali, scuole, giornali, televisione, internet e perfino in singoli “uomini di cultura” della stessa Roma. Non meravigliamoci, perciò, se non a Torino o a Trento, ma proprio a Roma, l’uomo della strada o non li conosce affatto, ricordando semmai in alternativa qualche facile banalità di Trilussa o Pascarella, oppure, quando li ricorda, li orecchia in modo superficiale, impreciso, volgare, equivoco, puramente salace e sottoculturale. E, da parte loro, gli intellettuali e studiosi belliani, a forza di scoprire “altri aspetti” o “angoli nascosti” nella vita e nella caotica produzione belliana, come se gli sembrasse banale e ovvio continuare a riferirsi ai Sonetti, ormai finiscono per darli per scontati, risaputi, e perciò ne parlano poco. Basta vedere il brutto sito della Associazione belliana.

Risaputi un corno! Benché bisognosi di revisioni e correzioni che l’autore non ebbe mai il tempo e la volontà di fare, i Sonetti sono, a nostro parere, l’unica cosa valida del Belli. Ebbene, nessuno li divulga correttamente, con la grafia giusta, e soprattutto li spiega, traduce, analizza, commenta, critica e inquadra nel loro tempo, usando un buon italiano, tantomeno li riferisce all’oggi per le eventuali coincidenze d’attualità. I Sonetti sono difficili, spesso molto difficili e di non chiara interpretazione, e con titoli quasi sempre fuorvianti. Non possono, quindi, essere soltanto pubblicati e basta, senza analisi e commento, spesso anche in modo scorretto, come fanno praticamente tutti i siti di internet. Perciò siamo stati costretti ad aprire questo sito-blog.

SORPRESA: L’ANTIPAPALINO CELEBRATO DALLO STATO DEL PAPA.

Ma l’anniversario ha avuto almeno il merito di mettere per la prima volta d’accordo lo Stato italiano e quello della Città del Vaticano. E già, quando gli “eroi postumi” sono indigesti, in Italia devono fare i conti anche con una Nemesi crudele, quella dell’ottusità della burocrazia o dei bozzetti mediocri che dovrebbero celebrarli. Così il Caso si vendica non facendo sapere quel poco che accade, contando anche sull’ignoranza dei giornalisti e del pubblico, e soprattutto facendolo eseguire male.

Moneta 5 euro 150.o scomparsa GG Belli Zecca Italia, rovescio 2013Ha sorpreso tutti i giornalisti che la Chiesa, attraverso il suo braccio secolare, lo Stato della Città del Vaticano, abbia finalmente celebrato l’autore dei sonetti più virulenti contro  Papi, Curia romana, cardinali, vescovi, monsignori, parroci, preti, monaci, e la Chiesa stessa, autore che in qualche sonetto fa satira troppo acidula perfino sulla religione, però ipocritamente, sempre facendo parlare il popolo plebeo. Ecco, per esempio, quello che il tipico popolano del Belli pensa dei Papi in genere (e si potrebbero trovare versi ancora più duri): Er Papa, 26 novembre 1831, incipit:

Iddio nun vô cch’er Papa pijji mojje
pe nnun mette a sto monno antri papetti:
sinnò a li Cardinali, poverelli,
je resterebbe un cazzo da riccojje.

Versione. Iddio non vuole che il Papa prenda moglie, per non mettere al mondo altri papetti. Se no, ai Cardinali, poverelli, non gli resterebbe nulla da raccogliere.

E un Papa vale l’altro, tanto si sa, pensa il Belli-popolano, in fondo è solo un politico (L’upertura der Concrave, 2 febbraio 1831):

Bbe’? cche Ppapa averemo? È ccosa chiara:
o ppiù o mmeno la solita-canzona.
Chi vvôi che ssia? quarc’antra faccia amara.
Compare mio, Dio sce la manni1 bbona.
Comincerà ccor fà aridà li peggni,
cor rivôtà le carcere de ladri,
cor manovrà li soliti congeggni.
Eppoi, doppo tre o cquattro sittimane,
sur fà de tutti l’antri Santi-Padri,
diventerà, Ddio me perdoni, un cane.

Versione. Be’, che Papa avremo [dopo il Conclave]? E’ chiaro: più o meno la solita canzone. Chi vuoi che sia? Qualche altra faccia amara. Compare mio, Dio ce la mandi buona. Comincerà col restituire i pegni [del Monte di Pietà], collo svuotare di nuovo le carceri dei ladri, col manovrare i soliti congegni [del consenso popolare, della demagogia]. E poi, dopo tre o quattro settimane, come hanno fatto tutti gli altri Santi Padri, diventerà, Dio mi perdoni, un cane.

E altro che “Belli liberale”. Se il Papa è debole, senza idee né azione, insomma visibilmente inadatto al ruolo, come Gregorio XVI, nel Momoriale ar Papa (4 febbraio 1832), il Belli lo incita a essere più duro e autoritario, a usare l’arma della scomunica contro i furbi e prepotenti, fossero pure aristocratici e cardinali. Stavolta una posizione “di Destra”, diremmo oggi:

MOMORIALE AR PAPA
Papa Grigorio, nun fà ppiù er cazzaccio:
Svejjete da dormì Ppapa portrone.
San Pavolo t'ha ddato lo spadone,
E ssan Pietro du' chiave e un catenaccio?
Duncue, a tté, ffoco ar pezzo, arza cuer braccio
Su ttutte ste settacce bbuggiarone:
Di' lo scongiuro tuo, fajje er croscione,
Serreje er paradiso a ccatenaccio.
Mostra li denti, caccia fora l'oggne,
Sfodera una scommunica papale
Da fàlli inverminì ccom'e ccaroggne.
Scommunica, per cristo e la madonna!
E ttremeranno tutti tal e cquale
Ch'er palazzo der prencipe Colonna.
4 febbraio 1832

Versione. Il memoriale al Papa. Papa Gregorio, non fare più il buono a nulla: svegliati, Papa poltrone. San Paolo t’ha dato lo spadone e San Pietro due chiavi e il catenaccio? Dunque, a te, dà fuoco al cannone, alza quel braccio contro tutte queste brutte sètte del cavolo: dì il tuo scongiuro, fagli il segno della croce, chiudigli il paradiso a catenaccio. Mostra i denti, tira fuori le unghie, sfodera una scomunica papale da farli ricoprire di vermi come carogne. Scomunica, per Cristo e la Madonna! E tremeranno tutti, come il palazzo del principe Colonna [che tremava, secondo il popolino, a ogni scomunica papale.

SBAGLIANO I GIORNALISTI A GRIDARE ALLO SCANDALO.

Non c’è teologo che non potrebbe sottoscrivere questi e infiniti altri versi di denuncia contro la religione che diventa politica, demagogia, gusto per il potere, avidità di beni e corruzione, ma anche mollezza e pigrizia, anche e soprattutto nelle alte sfere della Chiesa. Perciò i commentatori sbagliano, mostrando incultura, superficialità davvero grossolana, e soprattutto una madornale incapacità di distinguere in modo critico concetti, idee e psicologia del Belli. Insomma, sapevamo che il Belli è poco letto, ma non credevamo che perfino i lettori del Belli equivocassero sul significato e il senso di molti Sonetti, scambiando magari anticlericalismo e critica moralistica di costume per agnosticismo. Noi che conosciamo un pochino il Belli, invece, non ci siamo meravigliati più di tanto. E la Chiesa, una volta tanto, ha ragione: ha fatto benissimo a celebrare il suo Dr. Jekyll-Mr Hyde, l’oscuro impiegato di giorno baciapile e di notte verseggiatore sferzante e diabolico.

MA LA CHIESA OGGI E’ D’ACCORDO CON LA CRITICA MORALISTICA DEL BELLI.

A leggere e interpretare correttamente i Sonetti, anche i più anticlericali e anti-ecclesiastici, si scopre che il pessimista Belli, che mette sempre in bocca al popolino il proprio pensiero, potrebbe essere considerato o un cattolico fondamentalista vecchio stile o un moderno moralista ecclesiale, un giansenista si sarebbe detto nell’800, in qualche caso addirittura un cristiano protestante. Più che anti-cattolico, anti-cristiano, o tanto meno ateo. Vero è, però, che il pessimismo dei suoi personaggi spesso sembra tendere a negare la verità stessa della religione. Infatti il Samonà propende per un dissidio tra ragione e religione che nel Belli sfocia alle volte in una sorta di negatività quasi materialistica, fino a punte di vera e propria miscredenza. Insomma questo aspetto del Belli appare contraddittorio e non facile da studiare.

Certo, sarebbe stato scomunicato e i suoi Sonetti sarebbero stati messi all’Indice, se fossero stati integralmente pubblicati sotto papa Pio IX. Ma perché la Chiesa dell’800 – tentano di spiegare oggi i cattolici – era ancora fondata sul braccio secolare, autoritario e armato, e non poteva ammettere il dissenso o il dubbio. Infatti, per i grandi cattolici liberali che fecero il Risorgimento, a partire dal romano Massimo d’Azeglio, la perdita del Potere temporale avrebbe giovato alla stessa religione cattolica riportandola a una dimensione più spirituale, oltre che alla libertà delle coscienze. Era questa anche l’idea di papa Montini, Paolo IV, che elogiava Porta Pia. E nei Sonetti il Belli, o da destra o da sinistra, è sempre contro il potere temporale dei Papi.

Del resto, pur nella satira più sferzante, non attacca mai la figura di Gesù in quanto tale o i fondamenti della fede cristiana (salvo descriverli in modo scanzonato e ironico, insieme con gli altri personaggi del Vecchio e Nuovo Testamento), ma le degenerazioni, l’incoerenza e i vizi dei cattolici in carne e ossa, con o senza l’abito talare. Ecco perché mette alla berlina preti, monaci, vescovi e papi che hanno tralignato, tradito, ingannato sia il popolo sia la stessa Chiesa (intesa come religione), quando questa proclama – se è in buona fede – il messaggio di Dio.

G.G.Belli, in fondo, visto in modo intelligente e paradossalmente laico da Oltre-Tevere, non ha fatto altro che puntare l’occhio sulla contraddizione aspra tra teoria e realtà nella Chiesa (Curia, sacerdoti e fedeli), tra missione originaria affermata e condizione effettiva, tra povertà asserita e ricchezza praticata, tra altruismo predicato ed egoismo concreto, tra bontà auspicata e cattiveria manifestata, tra buone pratiche e superstizione, tra semplicità ostentata (la rinuncia al mondo dai sacri Testi) e il formalismo, la pompa e le cerimonie dell’apparato della Chiesa. Sono proprio gli argomenti di qualsiasi buon parroco. E non da oggi.

Temi sui quali, a parole, tutti i “veri” o i “nuovi” cattolici erano e sono d’accordo, salvo poi non trarre le conclusioni da un fallimento durato due millenni. Un tempo, forse, erano cose da protestanti, ma oggi no. Perfino il mensile cattolico 30 Giorni (sottotitolo eloquente: Nella Chiesa e nel Mondo), diretto dal cattolicissimo Giulio Andreotti, commentò favorevolmente a firma di S. Ravaglioli i quattro sonetti satirici del Belli in occasione del Giubileo straordinario del 1832. L’autrice, che si capisce essere una buona conoscitrice del poeta romano, sottoscrive pienamente fino a usarla come titolo l’efficace conclusione del III sonetto della serie di quattro: “un Giubbileo ppe ttanti ladri è ppoco”.

MONTINI: IL FUMO DI SATANA. FRANCESCO: NO AL DENARO E SI’ ALLA COERENZA.

Dice: va be’, ma “in alto loco”? Lo stesso, anzi, meglio. Non solo l’ultimo papa, Francesco, ma perfino i suoi predecessori, soprattutto Benedetto XVI e Paolo VI hanno preso posizioni che qualcuno potrebbe definire “belliane”. Papa Montini addirittura scandalizzò qualche vecchio prelato di Curia (e ancor più i giornalisti) denunciando chiaro e tondo: «Attraverso qualche fessura, il fumo di Satana è entrato nella Chiesa» (29 giugno 1972). Cose simili ha detto e ridetto con parole di fuoco papa Ratzinger, contro i preti pedofili e non solo. E non parliamo di papa Francesco! Non solo contro l’accumulazione e ostentazione della ricchezza da parte dei religiosi, ma sull’esistenza stessa di una banca vaticana (a proposito, era stato proprio Pio IX, uno dei papi del Belli, a creare lo IOR), e perfino contro – udite, udite – l’ossessione del proselitismo, da sempre una costante della Chiesa, e la poca coerenza morale dei cristiani, clero e laici. E così via. Insomma, altro che Belli: sembra di sentir parlare un pastore protestante.

E allora, dov’è lo scandalo, signori commentatori e giornalisti laici che andate scrivendo che questo francobollo vaticano sul Belli è “rivoluzionario”? Semplice: scrivete così perché siete ignoranti della materia. Belli è sfaccettato e difficile, va letto, riletto e interpretato, anche perché usa una lingua complessa, e non basta conoscere due o tre sonetti scorrendo distrattamente gli altri titoli.

Non solo il Belli, dunque (se avesse fatto pubblicare i Sonetti in vita), ma se fossero stati semplici preti o vescovi, anche i gli stessi Papi che abbiamo detto avrebbero passato i guai loro a dire quelle cose alcuni secoli o decenni fa, perfino ai tempi di Gregorio XVI, Pio IX e Pio XII. Sarebbero stati scomunicati e ridotti allo stato laicale, come pochi anni fa toccò al domenicano Dom Franzoni, reo di aver detto e scritto cose simili a quelle del Belli, di papa Paolo e di papa Francesco.

IL VERO SCANDALO, PIUTTOSTO: DIVULGATORI INADEGUATI E SONETTI DIMENTICATI.

Quindi, nessuno scandalo ideologico. Semmai di deficit culturale. «In un Paese dove “s'incavajjèra mó cqualunque vizzio” (Li cavajjeri), non si è trovato un onorevole ministro né uno straccio di burocrate che abbia avuto il senno di celebrare l'anniversario della morte di Belli, genio incontrastato e universale, di cui ancor oggi si traduce in tutto il mondo la sublime invenzione, il sarcasmo e l'ironia», ha scritto in un’accorata lettera alla redazione romana del Corriere della Sera il poeta romano Lucio Mariani, cultore del Belli. A cui il cronista P. Conti ha risposto in modo evasivo evitando accuratamente di prendere posizione e di condividere la minima critica. Tipico della stampa italiana.

Un neo organizzativo e comunicativo, ripetiamo dopo averlo accennato sopra, e quindi anche culturale. E’ che un francobollo e una moneta, e perfino una serie di Convegni – dai temi un po’ troppo laterali ed eccentrici, però, rispetto ai Sonetti belliani – vista l’assoluta mancanza di pubblicità e di partecipazione popolare, non servono a nulla e a nessuno, e che niente si fa in pratica per diffondere tra i giovani, perfino a Roma, la lettura e l’esegesi critica dei Sonetti belliani. Anzi, sul testo vero e proprio dei Sonetti, neanche ci sono più gli studiosi che se ne occupano in modo critico, magari mettendo a disposizione del pubblico informatico quello che studiano. Addirittura dal testo “definitivo” a cura di Teodonio, riportato su Wikisource, sono state espunte le note aggiuntive del Vigolo, che almeno servivano a riempire sul web qualcuna delle numerose mancanze esplicative ai lemmi più oscuri, costringendoci così a fare spesso ricorso all’insostituibile opera del Vigolo, che risale al 1952, e ad altre opere cartacee.

Il Belli, insomma, tra tanti siti internet sottoculturali, volgari e di basso livello che si limitano a copiare – pure malamente – alcuni suoi sonetti senza tradurli, spiegarli e commentarli (anche perché così i loro autori rivelerebbero la loro bassa cultura, cioè di averli capiti poco o nulla), è ancora sconosciuto in Internet – che ormai è la Biblioteca d’Alessandria dei nostri tempi – come fenomeno culturale, e con un minimo di apparato interpretativo. I Sonetti del Belli, ripetiamo, per essere divulgati non possono essere copiati e incollati da qualunque becero, né fatti leggere da un attore qualsiasi, quasi sempre con pessima pronuncia e spelling incomprensibile, ma vanno sempre trascritti con la grafia corretta e “accettata”, tradotti, inquadrati, spiegati verso per verso e complessivamente, e infine commentati. Un lavorone. Quello che, seppure con pigrizia, fa il presente sito. Insomma, i Sonetti non solo sono cultura, ma pretendono anche molta cultura. Hanno come oggetto il volgo, è vero, ma vogliono fior d’intellettuali muniti di competenze plurime per essere capiti e divulgati. Passi per il largo pubblico, ma è grave che burocrati della Cultura e appassionati del Belli non lo capiscano. Questo, sì, il vero scandalo.

AGGIORNATO IL 10 APRILE 2014

 
Creative Commons License
Il mondo del Belli di Nico Valerio & Paolo Bordini è protetto da licenza
Creative Commons Attribuzione 2.5 Italia License.
E' vietata la riproduzione senza riportare il nome dell'Autore dell'articolo, il titolo e il link del Blog. E' vietata la modifica, e l'utilizzazione per fini commerciali o per avvalorare tesi contrarie a quelle del mondodelbelli.blogspot.com.