28 ottobre 2010

Un quartiere delle luci rosse a piazza di Spagna, anzi di Francia

Trinità dei Monti prima della scalinata (picc.verde G.Maggi 1600 ca)

“Come! Ner cor de Roma cuel’ inferno
de le puttane de piazza de Spagna?”
G.G. Belli

Nel 1832 il Belli scriveva un sonetto sul problema del meretricio, attivissimo a piazza di Spagna e dintorni. In chiave moralistica e puritana, ma anche satirica, come si legge nell’ultima strofa (v. in basso). Ma perché proprio in quella piazza, che doveva poi diventare un’icona nota in tutto il mondo?

Dopo il sacco di Roma del 1527 la città si era lentamente ripresa con la ricostruzione prima e la costruzione ex novo poi di edifici pubblici, soprattutto chiese, conventi, ospizi, anche con il contributo dei grandi paesi cattolici, soprattutto Francia e Spagna, che gareggiavano nell'affermare la loro presenza nella Città Eterna.
Goethe, Mozart, Stendhal, Montaigne, Montesquieu, Shelley, Keats, lord Byron, insieme a migliaia di meno famosi pellegrini del "viaggio in Italia", tanto in voga nei secoli dell'illuminismo e del romanticismo, venivano a visitare Roma, Caput Mundi per tanti secoli e presidio del cristianesimo per altrettanti. Il punto di arrivo era, attraverso la via Cassia, la Flaminia e la Porta del Popolo, proprio piazza di Spagna.
Gli alberghi, le locande, le osterie, le stalle per i cavalli, i parcheggi per le diligenze e le carrozze padronali (dice niente il toponimo “via delle Carrozze”?), le botteghe del caffè, e poi barbieri, farmacisti, calzolai, guide turistiche, “ciceroni”, scrivani, ciarlatani e botteghe di ogni genere, si insediarono rapidamente nella zona di piazza di Spagna. I ricchi viaggiatori dell’epoca erano una manna per tante nuove iniziative artigianali e imprenditoriali.

Le prostitute furono fra le prime ad operare in zona, attirate da due elementari considerazioni. I viaggiatori erano quasi tutti maschi e spesso soggiornavano a lungo. Inoltre, e soprattutto dalla fine del ‘600, la zona godeva della giurisdizione di extraterritorialità a favore della corona spagnola.

L’intero quartiere era sotto la giurisdizione e la protezione della Spagna, che aveva facoltà di escludere ogni ingerenza amministrativa e di polizia dello Stato della Chiesa. In pratica era una zona franca per ogni attività economica, compreso l’esercizio della prostituzione. La Spagna, pur potendo disporre di sue soldatesche con funzioni di polizia, si limitava al controllo della propria legazione e del grande complesso (chiesa e ospizio) dei Trinitari Scalzi, anch'esso di sua proprietà.

Ma il "quartiere spagnolo” si estendeva in un ampio circondario che alla metà del ‘700 comprendeva piazza di Spagna, l'attuale attigua piazza Mignanelli, via Condotti, via della Mercede, via Mario de' Fiori, via Capo le Case, via Gregoriana, l'ultimo tratto di via Felice (ora Sistina), piazza Trinità dei Monti, via Vittoria, via della Croce, via Bocca di Leone, via Frattina. L'area contava alcune migliaia di abitanti. I confini furono codificati, come rivela uno studio di Alessandra Anselmi, in una mappa disegnata dall’architetto Antonio Canevari nel 1725 (v. in basso). Gli accordi raggiunti tra Spagna e Papato furono faticosi e contrastati, per la concorrenza della Francia che accampava analoghi diritti.

Ovviamente i vari Papi mai giunsero ad un protocollo ufficiale, che avrebbe comportato nientemeno che la cessione a una potenza straniera di una parte della città. Tutto era stabilito alla stregua di un gentleman agreement. Ma tant’è, la Spagna di fatto esercitava il potere sulla sua giurisdizione, seppure con molta tolleranza verso tutte quelle attività che rendevano il “suo” quartiere il più cosmopolita e accogliente di Roma.

barcaccia piazza di Spagna e Trinità dei Monti senza scalinata (GB Falda modif. blu)

Un passo addietro, come direbbe il Belli. La società misogina e maschilista nella Roma del Papa Re, relegava il ruolo della donna a moglie e madre, monaca o puttana. Rarissime erano le professioni in cui una donna poteva cimentarsi: in pratica la sarta, la "scuffiara" (artigiana di cuffie e cappelli femminili) e le poche serve che accudivano le mogli dei signori. Dimenticavamo le perpetue di preti e parroci, ma molte di esse avevano un doppio, equivoco, ruolo di donna “tutto fare”. La totalità delle altre professioni era riservata ai maschi, perfino il ruolo femminile nelle rappresentazioni teatrali e di musica (be’, proprio maschi no: era l’epoca dei castrati, che cantavano e figuravano come donne a teatro e nella cappella Sistina). Le donne ribelli che non volevano sottostare al maschilismo imperante non avevano molte chances: o puttane o streghe-fattucchiere. Ma quest'ultima professione era molto pericolosa: c’era il rogo, dopo un bel processo della Santa Inquisizione.

La prostituzione, invece, non portava al rogo, e rendeva (e rende) bene. Era l’unica alternativa, sempre illegale ma spesso tollerata, per le donne che non riuscivano o non volevano trovare un marito-padrone. E’ vero che il Cardinale Vicario vigilava sui costumi, “rivedeva il pelo alle puttane”, come diceva il Belli, ma nulla poteva nel quartiere spagnolo.

La prostituzione a Roma era una realtà talmente consolidata che esisteva un ospedale, il San Rocco, per le partorienti al di fuori del matrimonio, e un altro, il San Gallicano, per la cura delle diffusissime malattie veneree. Il “mal francese” o sifilide, era il più diffuso e pericoloso. Per non parlare dell’ospizio per il recupero delle “donne perdute” alle Scalette, in via della Lungara [non sarà, per caso, l’attuale Casa della Donna, sede delle femministe, a cui si accede da una vistosa doppia scalinata? Sarebbe una bella Nèmesi... NdR] e del Cardinal Vicario che vigilava al di sopra di tutto.
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La scalinata di Trinità dei Monti fu costruita su progetto di Francesco De Sanctis con un lascito di 20.000 scudi fatto nel 1655 ai frati Minimi di San Francesco da Paola da parte di un nobile francese, Etienne Gueffier, che aveva ricoperto incarichi all'ambasciata di Francia a Roma. E' interessante notare come i suddetti frati si fossero tenuti in cassa i denari per quasi tre quarti di secolo prima di rilasciarli per la costruzione della scalinata, in seguito alle insistenze del Papa Clemente XI.

La piazza fu terreno di battaglia diplomatica fra Spagna e Francia. In effetti nel '600 la parte nord, verso porta Flaminia, era "piazza di Francia", e quella su cui si affacciava la legazione spagnola, oggi piazza Mignanelli, era piazza di Spagna. Fu l'influenza di Isabella Farnese, moglie del re Filippo V di Spagna, insieme al potente ambasciatore cardinale Trojano Acquaviva d'Aragona, il cui segretario Giacomo Casanova amava definire "uomo che a Roma vale più del Papa", a far pendere la bilancia a favore della giurisdizione spagnola, relegando la zona francese in cima alla famosa scalinata. Nel corso di queste schermaglie della diplomazia, la Spagna vagliò addirittura l'ipotesi di chiudere la scalea con un colpo di mano a base di catene e lucchetti.

Anche prima della costruzione della scalinata di Trinità dei Monti, inaugurata dal Papa nel 1725, lungo il precario pendio alberato (v. immagine, sopra) che collegava la chiesa francese dei Padri minimi di San Francesco da Paola con la piazza della berniniana Barcaccia [a Pietro Bernini, però, fu commissionata l’opera, non al figlio Gian Lorenzo, che comunque collaborò col padre. Del resto, Pietro morì nel 1629, proprio l’anno in cui la fontana fu inaugurata, NdR] e col quartiere spagnolo (in basso), esistevano alcune casupole abitate da donne che praticavano la prostituzione, come documentano le proteste dei preti francesi agli inizi del ‘700, e come risulta da una stampa dell’epoca.

Ed ecco il sonetto del Belli, celebrativo dell’editto che vietava alle prostitute di adescare i clienti stando affacciate alla finestra appoggiate ad un esplicito cuscino, sovente decorato di merletti in modo vistoso, come avveniva senza ritegno nel quartiere di Piazza di Spagna. Strano, però, quello che non si può fare con le prostitute si può fare impunemente con la moglie, nota sarcasticamente il Belli:
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LA GIURISDIZZIONE
È un gran birbo futtuto chi sse lagna
de le cose ppiú mmejjo der Governo.
Come! ner cor de Roma cuel’inferno
de le puttane de Piazza de Spagna?!
S’aveva da vedé ’na scrofa cagna
d’istat’e utunno e pprimaver’e inverno,
su cquer zanto cuscino, in zempiterno
a cchiamà li cojjoni a la cuccagna?
Hanno fatto bbenone: armanco adesso
se fotte pe le case a la sordina,
e ccor prossimo tuo come te stesso.
Mo ttutto se pò ffà ccor zu’ riguardo
co cquella ch’er Zignore te distina;
e ar piuppiú cce pò uscí cquarche bbastardo.
Roma, 5 dicembre 1832
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Versione. E' un gran birbante fottuto chi si lamenta dei migliori provvedimenti del governo. Ma come, nel cuore di Roma quell'inferno delle puttane di piazza di Spagna? Si doveva vedere una scrofa sordida d'estate, autunno, primavera e inverno, su quel santo cuscino tutto il tempo, a chiamare i clienti alla cuccagna? Il governo ha fatto benone: almeno adesso si fa sesso per le case silenziosamente, con il prossimo tuo come con te stesso. Ora si può fare tutto col dovuto riguardo con tua moglie, e al massimo potrà venire fuori qualche bastardo.

Ma le puttane, nonostante editti e proclami, sono tranquillamente restate nella ex "zona spagnola" fino a tempi recenti. Anzi, vi misero casa. Chi non ricorda, fra i vecchi romani, le “case chiuse”, ipocritamente chiamate anche "di tolleranza", di via della Vite, via Belsiana, via Capo le Case, via Mario de' Fiori, via Borgognona (dov'era la "Giorgina", noto ritrovo di gerarchi fascisti) e di tutte le vie all'intorno? La legge Merlin che chiuse i "casini" è del 1958.

IMMAGINI. 1. La boscosa salita di Trinità dei Monti prima della costruzione della scalinata, con tanto di casette delle prostitute (dis. prob. di G.Maggi, 1600 ca.). 2. Le prostitute erano spesso alla finestra. Doppiamente obbligato, perciò, il riferimento al dipinto "Donne alla finestra" dello spagnolo Murillo. 3. In primo piano la fontana della Barcaccia di Pietro Bernini, padre di Gianlorenzo, finita nel 1629, proprio l’anno della morte di Bernini senior. Perciò, Bernini junior può al massimo aver dato le ultime rifiniture, ma non può essere considerato l’autore. Dalla stampa si vede che la fontana offriva molti più getti d’acqua, e più potenti. La piazza era tutta in terra battuta. Sullo sfondo la selvaggia salita di Trinità dei Monti (dis. prob. di G.B. Falda, dopo il 1691). 4. La mappa del "quartiere spagnolo" (Canevari 1725), secondo lo studio di A.Anselmi (Il quartiere dell’Ambasciata di Spagna a Roma, in "La città italiana e i luoghi degli stranieri. XIV-XVIII secolo", a cura di D. Calabi e P. Lanaro, Laterza 1998, pp.206-221). In seguito l'area fu ingrandita fino ad arrivare al Corso, proprio per la costruzione del complesso extraterritoriale spagnolo dei Trinitari Scalzi (iniziata nel 1731-32), con l'approvazione del competente "maestro delle strade" arch. Cipriani.

AGGIORNATO IL 23 FEBBRAIO 2015

25 ottobre 2010

La buona cena povera: frittata della nonna, insalata, noci e vino.

E’ ora di cena, e siamo in una vecchia casa cadente e scrostata della Roma sparita, forse in un vicolo buio e umido, come certi pittoreschi acquerelli che Roesler Franz fissò sul cartoncino perché gli angoli perduti della vecchia Roma, per quanto fatiscenti e malsani, non andassero del tutto perduti anche nel ricordo. E fece bene, perché fotografie, dipinti e disegni della città all’epoca papalina sono rari.

Dunque, è ora di cena, sono le ore 7 o le 8, a seconda se inverno o estate (“1 ora di sera” per l’arretrato computo romano), e alla luce dell’esile fiammella d’una candela di sego di bue o d’un lume ad olio (*), una vecchiarella smette di filare e attizza un focolare, troppo povero di carbone per scaldare davvero.

E’ la nonna, patetica figura matriarcale attorno a cui ruota l’intera scenetta, dipinta a pennellate forti e rapide dall’efficace bozzettista Belli.

E se viene definita “nonna” vuol dire che l’io narrante è il nipote, dunque un giovanissimo. I giovani erano numerosi nella Roma dei Papi-re, come tuttora accade nei Paesi poveri, nei quali l’ignoranza, l’alto tasso di morti infantili e le necessità economiche spingono le coppie a ritenere che la loro unica ricchezza sia la prole.

La vecchia attende che arrivi il figlio da qualche effimero o improbabile lavoro, e apparecchia sulla tavola una cena che, per quanto sana, definire povera è poco. Povera anche di calorie, a quanto riferisce il Belli, che non cita neanche il pane, certamente dandolo per scontato, visto che i poveri di città mangiavano pane, sia pure pessimo, anche per ridurre le spese della cottura. Così come quelli di campagna, per i quali la legna era quasi sempre gratuita, polente di grano, granturco e miglio. E sarà stato, immaginiamo, un pane scuro di seconda o terza scelta, forse di cereali misti, certamente troppo ricco di cruschello, che riempie ma non nutre. Insomma il più economico.

La nonna, dunque, prepara una frittata, quasi trasparente per quanto è fina. Il che vuol dire che nella larga padella il battuto di poche uova non riesce a dare spessore e nutrimento proteico adeguato ai quattro poveri commensali. Fortuna che c’è qualche noce, e sicuramente – ma nel sonetto non se ne parla – qualche abbondante fetta di pane bigio, a sfamare davvero con i suoi carboidrati. Ma se così fosse, la cena non sarebbe più tanto povera, anzi sarebbe sufficiente. E se le foglie d’insalata non fossero così poche, e se ci fosse almeno un frutto, sarebbe addirittura perfetta… Anche a Roma, sotto i Papi, il popolo è vegetariano senza saperlo, uno strano vegetarismo forzoso. Mentre sono non solo i nobili ma anche papi, cardinali, monsignori, preti e monaci ad abbuffarsi di carni.

Ma torniamo sulla frittata così fina da essere quasi trasparente, dice il Belli, che forse non s’intende di cucina, e così vuol dare rapidamente al lettore profano una misura materiale di povertà. Ma la cosa è poco credibile, psicologicamente.

Tanto più in ristrettezze, una cuoca sa tutti i trucchi per riempire di nulla una torta o una frittata, ingannando l’occhio e la gola di marito e figli, facendola sembrare spessa, ricca e strapiena, magari grazie solo ad erbe selvatiche, del tutto gratuite. Pensiamo ai getti amarognoli della vitalba, solo leggermente velenosi, che il popolino a Roma usava appunto nelle frittate spacciandoli per “asparagi” (frittata di “vitalbini” o di “ticchi”, come dicevano i tanti "marchiciani" immigrati in città). Decine e decine di erbe comunissime, d’uso quotidiano nella cucina romana, anche miste (“misticanza” a crudo o da cuocere, a seconda della durezza). E del resto, una cipolla o qualche foglia di cavolo, volendo, l’avrebbe ottenuta gratis o quasi dal "verduraro".

Per fortuna qualche noce, qualche foglia d’insalata, immaginiamo poco o per nulla condita, qualche buona fetta di pane bigio, e un piccolo boccale di vino (da centellinare in quattro), completano la cena.

Cena che non potremmo definire “monacale” o “conventuale”, visto che i monaci di Santa Romana Chiesa, al contrario, godevano tradizionalmente di lauti pranzi, che tranne nei pochi giorni di vigilia erano di norma ricchi di carni, in particolare volatili, cacciagione e pesci (cfr. Massimo Montanari, Alimentazione e cultura nel Medioevo, Laterza 1988).

Anche se in questa casa non c’è una sposa giovane e attiva, ma una vecchia (che però ha pur sempre nipoti giovani attorno), questa frugalità, questa risicatezza estrema, a meno che l’autore non intenda descrivere una patologica trasandatezza da depressione (la povertà porta anche all’abulia), ha funzioni del tutto letterarie, serve cioè allo scopo di meglio raffigurare un ambiente, uno stato d’animo, nella brevissima, inesorabile sintesi del bozzetto:
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LA BBONA FAMIJJA
Mi’ nonna a un’or de notte che vviè Ttata
Se leva da filà, ppovera vecchia,
attizza un carboncello, sciapparecchia,
e mmaggnamo du’ fronne d’inzalata.
Quarche vvorta se fâmo una frittata,
che ssi la metti ar lume sce se specchia
come fussi a ttraverzo d’un’orecchia:
quattro nosce, e la scena è tterminata.
Poi ner mentre ch’io, Tata e Ccrementina
seguitamo un par d’ora de sgoccetto,
lei sparecchia e arissetta la cuscina.
E appena visto er fonno ar bucaletto,
’na pissciatina, ’na sarvereggina,
e, in zanta pasce, sce n’annamo a letto.
28 novembre 1831
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Versione. La buona famiglia. Mia nonna ad un’ora della sera (verso le ore 20 d’estate o 19 d’inverno, secondo l’antical’antica divisione delle ore della giornata nella Roma dell’800), quando viene babbo, smette di filare, povera vecchia, accende un tizzo di carbone, ci apparecchia la tavola e mangiamo due foglie d’insalata. Qualche volta abbiamo una frittata, che se la metti vicino ad un lume è trasparente come un’orecchia, quattro noci, e la cena è terminata. Poi mentre io, babbo e Clementina continuiamo per un paio d’ore a farci un goccetto di vino, lei sparecchia e rassetta la cucina. E appena arriviamo al fondo del boccale [sgoccetta’=continuare a sbevazzare per un certo tempo, nota il Belli, cioè il centellinare), una pisciatina, una Salve Regina e, in santa pace, ce ne andiamo a letto.

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FRITTATA DELLA BBONA FAMIJA
Ingredienti: quattro uova, 1 o 2 cipolle (o getti di vitalba, o altro ortaggio o verdura) tagliate fine, mentuccia tritata, olio, sale e pepe q.b.
Istruzioni. Far stufare un poco cipolle o verdure, versarle in una capace scodella o insalatiera, aggiungere la mentuccia, poi le uova ben sbattute, e amalgamare. In una padella larga, scaldare poco olio e versare il tutto. Far cuocere bene, a fuoco basso, da entrambi i lati. Risulterà sicuramente meno trasparente e più gustosa che nel sonetto. I cuochi “filologi” belliani Doc, ovviamente, seguendo pignolescamente il sonetto faranno a meno di cipolle e verdure. Tanto peggio per loro.

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"Malgrado la critica ritenga controversa l'età del locutore [cioè l’io narrante, NdR], ho sempre pensato che a parlare fosse un ragazzo (anche perché la poesia è dominata dalla figura della nonna)”, ha scritto il critico Valerio Magrelli sul Corriere della Sera, a proposito di questo sonetto. “Proprio per questo, nonostante le infinite trasformazioni che la vita quotidiana ha subìto in quasi due secoli, credo che la maggiore differenza rispetto alla Roma dei giorni nostri non riguardi i videogiochi o i poster degli eroi sportivi, bensì la condizione dell'adolescente. Ciò che contraddistingue l'attuale situazione dei giovani è infatti, se possibile, un accresciuto senso di spaesamento, solitudine, estraneità”. Insomma – concludeva Magrelli – che diversità nella condizione di oggi, sia della famiglia, sia della esistenza stessa dei giovani!”

Certo, nel mondo del Belli i giovani sono in maggioranza, anche se per lo più s’intuiscono, s’intravvedono sullo sfondo. L’età media dei romani al tempo del Belli era molto più bassa di quella dei tempi moderni, com’era tipico di una società arretrata e povera.

Il confronto con i giovani di oggi è stridente. «Mangiano, giocano alla play-station e vanno a letto sotto i manifesti di Francesco Totti e Valentino Rossi», aveva scritto sul Corriere Eraldo Affinati, scrittore attento al mondo giovanile, parlando delle tipiche serate dei ragazzi più giovani, a Roma come in altre città. “Leggendo questa frase – gli risponde Magrelli – mi è tornato in mente il sonetto di Belli «La bbona famijja», con la celebre strofa finale: «E appena visto er fonno ar bucaletto/ 'na pisciatina, 'na sarvereggina, / e, in zanta pasce, sce n'annàmo a letto». Quella famiglia del lontano 1831 si preparava al sonno finendo un boccale di vino, andando al gabinetto, recitando le preghiere della sera (Corriere della Sera, 30 giugno 2003).

La stragrande maggioranza della popolazione di Roma ai tempi dei Papi re viveva in condizioni di estrema povertà. Come in tutti i Paesi arretrati, la mancanza di libertà economica, politica e culturale, il fanatismo e il bigottismo religioso, il privilegio sociale, la corruzione diffusa e l’occhiuta censura, impedivano non solo il progresso delle idee, ma anche il fiorire di mestieri, arti, professioni, commerci, industria, insomma non solo la ricchezza diffusa, ma la vita stessa dell’uomo. Anche di questo la Chiesa dovrà essere chiamata un giorno davanti al tribunale della Storia.

Roma, insomma, era un piccola città morta, dove perfino alcuni aristocratici chiedevano pensioni pubbliche, non diversamente dai ricchi di oggi che chiedono la borsa di studio per i figli (cfr. il sonetto La bbonificienza all’articolo precedente). Il divario di status economico, giuridico e sociale tra ecclesiastici e nobili, da una parte, e popolo minuto, dall’altra, era enorme, un dato ritenuto offensivo per la coscienza di oggi, e contraddittorio anche per l’ostentata e ipocrita “morale cattolica”, che solo la cinica promessa della “ricompensa nell’Altro Mondo” riusciva a rendere tollerabile agli occhi del popolo e dello stesso clero. Clero che non poteva non sapere di questa intollerabile differenza tra teoria e pratica.

Così, mentre nobili, papi, cardinali, vescovi, monsignori e parroci vivevano nel lusso, nell’ozio ed esercitando il gusto sadico del Potere (che compensava anche gli ultimi gradi, i più poveri, della gerarchia di comando: i semplici preti), le famiglie di Roma si trascinavano a stento nella vita quotidiana, cercando materialmente di sopravvivere alla fame, alle malattie, all’abulia. Una povertà materiale e psicologica che il Belli descrive con partecipazione, avendola provata egli stesso per gran parte della propria vita.

Intanto, mentre la veccharella prepara la sua esile frittata, i ricchi e i preti gozzovigliano. E, anzi, si mormora che il cardinal Vicario non solo mangi e beva per cento, ma si appropri perfino delle collette pubbliche, da lui indette con un trucco "scientifico" (così appare al popolino), probabilmente un "diabolico" barometro (Er cardinale caluggnato, 10 giugno 1834):
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Nun j’abbasta a l’arètico scontento
de mormorà cch’er Cardinàr Vicario
maggna otto vorte ppiú dder nescessario,
e ccirca ar beve poi bbeve pe ccento.
(…)
Anzi, arriva a l’accesso de scommette
che cco cquello strumento Su’ Eminenza
sce regola l’ingergo a le collètte.
Ché ssi er búggero suo disce: diluvia,
er Cardinale subbito dispenza
una collètta d’appetènna-impruvia.

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Versione. Non gli basta all'eretico scontento [il Demonio?] di mormorare che il Cardinal Vicario [Placido Zurla, citato dal Belli in ben 10 sonetti] mangia otto volte più del necessario, e in quanto al bere, poi, beve per cento persone. (…) Anzi, arriva al punto di scommettere che con un suo strumento [il popolino vociferava che avesse un apparecchio segreto che prevedeva la pioggia] Sua Eminenza manovri l’imbroglio delle collette. Così se l’apparecchio dice: diluvia, il Cardinale subito dispone una colletta pubblica ad petendam pluviam, [cioè per impetrare da Dio la pioggia].

(*) Le candele di sego – a meno che non fossero quelle rinomate di Spoleto, della qualità profumata – emettevano cattivo odore, cosa che non accadeva con le lampade ad olio d'oliva, fosse pure il peggiore e irrancidito (non per caso l'olio immangiabile è tutt'oggi chiamato "olio lampante" o da lampade). Era molto economico, perché un litro bastava ad illuminare una lampada per circa 200 ore, ma dava luce molto flebile, inadatta alla lettura, a differenza del petrolio. Quest'ultimo combustibile si diffuse nelle case di Roma nella seconda metà dell'Ottocento.

IMMAGINI. 1. Ecco come doveva presentarsi un tipico focolare di una casa povera o contadina del primo Ottocento, con le piccole sedie impagliate, il fiasco, la botticella, il paiolo sulla fiamma (era sospeso mediante una catena) e il tavolino. La foto, tratta da internet, è forse la ricostruzione di qualche “museo contadino”. Ma è stato più forte di noi: abbiamo dovuto correggere con del verde il tanto rosso (salsa di pomodoro!) che spiccava sulla tavola (polenta, pizza?). Gli allestitori di quella “scena” devono sapere che il pomodoro – cibo nuovo – o non c’era o era ancora poco usato dai diffidenti contadini dell’Ottocento che lo ritenevano velenoso, o quasi. Comunque, non può essere raffigurato come alimento o condimento “tipico” della nostra alimentazione prima del 1960. 2. Un vicolo della Roma sparita di Roesler Franz: via Giulio Romano. 3. La frittata cotta sul fuoco irregolare della brace.

 
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