3 luglio 2011

Confidenze delle ragazze: è vera ignoranza del sesso o malizia?

Ragazze all'altalena Proprio in tempi in cui, intercettate al telefono e messe in piazza da tutti i giornali, fanno scandalo le confidenze sessuali tra alcune ragazze “ospiti” mondane per professione, che coinvolgono manie e gusti erotici di uomini politici di Governo, è inevitabile andare col pensiero a ben altre confidenze intime tra giovanissime: quelle descritte nei sonetti belliani.

Ecco un’eccezionale suite di otto sonetti (Le confidenze de le regazze), un divertissement, una sorta di gioco o scherzo in otto quadri scritto di getto con la frenesia nevrotica del rimatore seriale, il 10 dicembre 1832, giornata di furia compositiva senza pari, visto che oltre agli otto sonetti il Belli ne scrisse altri tre di argomento diverso:  dunque ben 11 sonetti in un solo giorno.

E’ il racconto, non facile da interpretare oggi, delle prime curiosità sessuali e addirittura anatomiche di due ragazze molto giovani, poco più che bambine all’inizio dell’adolescenza, che pone al lettore moderno qualche problema di comprensione, vista l’incredibile ignoranza dell’anatomia sessuale maschile manifestata da almeno una delle due ragazze.

In tempi e luoghi (l’ottusa e reazionaria Roma papalina) in cui, d’accordo, l’unica educazione delle fanciulle era il catechismo, unici maestri erano preti e suore, ma, insomma, le bambine dovevano pur giocare tra loro in casa e in strada, e in tutte le abitazioni povere – e non solo – la promiscuità era un dato costante, a cominciare dal rituale bagno una tantum (c’è chi dice mensile…) e coram populo, cioè di fronte a tutti, nella tinozza… Senza contare l’osservazione dei tanti animali.

Insomma, stavolta il Belli non può darcela a bere con tanta facilità. A meno che non si fosse imbattuto in un caso limite degno di essere riferito ai posteri, la gustosissima serie di sonetti risponde subito al dilemma solo teorico se fosse credibile davvero una simile ignoranza tra ragazzine perfino impuberi in piena città, sia pure la più arretrata, oppure se l’autore – come è altamente probabile – abbia voluto giocare sul presunto candore infantile per imbastire maliziosamente una storiella grottesca di grassa e irresistibile comicità, ad uso dei vecchi monsignori e marchesi amici dell’Accademia Tiberina, suoi ascoltatori privilegiati.

In altre parole, il gioco intrigante tra ingenuità e malizia esibizionistica c’è, eccome, ma a giocare è il Belli col lettore di ieri e di oggi, non sono le due ragazze. Un pretesto letterario geniale, il suo, anzi, un invito a nozze per la sua vena comica sempre a caccia di temi nuovi, che faceva sghignazzare l’uditorio – come ricorda il testimone Gogol – al quale l’autore recitava nei salotti con un’aria di seriosa gravità che aumentava l’effetto umoristico i sonetti prodotti giorno dopo giorno. 

Giovane italiana con melangole (K.Makovskij, dopo 1870)La facilità stessa, l’immediatezza, diremmo, con cui la più ingenua o la più bambina delle due ragazze trova subito il giovane più grande e furbo pronto a darle dimostrazione anatomica e a soddisfare immediatamente la sua curiosità sessuale, è la dimostrazione di quanto al contrario erotismo e sesso fossero quotidianamente presenti e diffusi – sarà stato per compensazione naturale della povertà e della oppressione dei preti? - nella Roma papalina poverissima dove non si produceva nulla, dove tutto era corrotto, dove soprattutto i preti pensavano solo al sesso, anzi, dove solo i migliori di loro “andavano a donne” (i peggiori preferendo il sedere dei bambini). Una città insomma in cui la vendita del proprio corpo doveva essere una scelta presa in considerazione – visti i tanti esempi che offriva la realtà del vicinato – da molte donne giovani, e neanche belle, fin dalla primissima adolescenza. Nonostante l’occhiuto controllo del parroco, il vero commissario del Buon Costume nel rione, le tante spie dislocate in ogni vicolo e le possibili denunce al monsignor Vicario.

Tutto ha inizio dal candore di Tuta (diminutivo di Geltrude), probabilmente una bambina, che si rivolge all’amica del cuore Agata, forse poco più grandicella. Della serie di otto è il sonetto I:

Aghita, senti: da un par d’anni bboni
l’ommini io ppiú li guardo e mmeno pòzzo
arrivajje a ccapì cche ssii quer bozzo
che ttiengheno tramezzo a li carzoni.
Pare, che sso... ’na provatura... er gozzo
che cciànno drent’ar petto li capponi...
o cquer coso che ppènne a li craponi...
oppuro er piommo de la molla ar pozzo...
Ma appena viè er cugnato de la sposa
a accompaggnà la sora Bbeatrisce,
propio je vojjo domannà sta cosa.
Ccusí bbon giuvenotto è cquer Felisce,
che, vvedennome a mmé ttanta curiosa,
si cquarche ccosa sc’è, llui me la disce.

Versione. Agata, senti, da più di due anni più guardo gli uomini e meno riesco a capire che cosa sia quel bozzo che hanno in mezzo ai calzoni. Pare, che so, come una scarmorza, il gozzo che hanno nel petto i capponi, o quel coso che pende ai caproni, oppure il piombo della corda al pozzo. Ma appena viene il cognato della sposa ad accompagnare la signora Beatrice, proprio gli voglio domandare questa cosa. E’ così bravo giovane quel Felice che vedendomi tanto curiosa se qualche cosa c’è lui me la dice.

La risposta del Felice, ovviamente, arriva subito, col sonetto II:

Àghita, sai? je l’ho ggià detto a cquello:
e llui s’è sbottonato li carzoni,
e mm’ha ffatto vedé ccome un budello
attaccato a ddu’ ova de piccioni.
Quer coso disce che sse chiama uscello,
oppuro cazzo, e ll’antri dua cojjoni.
Io je fesce: «E cch’edè sto ggiucarello?
E sti du’ pennolini a cche ssò bboni?».
Mo ssenti, Àghita mia, quello che rresta.
Disce: «Fa ddu’ carezze a sto pupazzo».
Io je le fesce, e cquello arzò la testa.
Perantro è un gran ber porco sto sor cazzo,
perché ppoi, strufinannome la vesta,
ce sputò ssopra, e mme sce fesce un sguazzo.

Madre con due bambini e una ragazzetta (part)Versione. Agata, sai, io l’ho già detto a quello, e lui si è sbottonato i calzoni e mi ha fatto vedere come un budello attaccato a due uova di piccioni. Quel coso dice che si chiama uccello, o cazzo, e gli altri due coglioni. E io dissi: è che cos’è questo giocarello, e questi altri pendolini a che servono? Ora senti, Agata mia, quello che resta [da dirti]. Dice: fa due carezze a questo pupazzo. Io le feci, e quello alzò la testa. Peraltro è un gran porco questo signor cazzo, perché poi strofinandomi la veste ci sputò sopra e mi ci fece uno sguazzo.

Dopo l’incidente-rivelazione Agata così risponde all’amichetta Agata (sonetto III):

Tuta, io da un pezzo lo sapevo quello
c’all’omminì je sta nne li carzoni,
pe vvia che ttra li vetri e lo sportello
li guardavo piscià pe li cantoni.
Oh, cche ppoi se chiamassi o ccazzo, o uscello;
che cciavessi attaccati sti cojjoni;
e cche sti cazzi sò ttanti porconi,
io nun potevo, Tuta mia, sapello.
Come torna Felisce, dijje, Tuta,
pe cche raggione quanno se strufina
sto cazzo o uscello su le veste, sputa.
Perch’io stanno a gguardalli la matina
piscià ar cantone, nun j’ho mmai viduta
sta sputarella, ma ’ggnisempre urina.

Versione. Tuta, io già da un pezzo sapevo quello che gli uomini hanno nei calzoni, perché tra i vetri della porta li vedevo urinare ai cantoni [delle strade]. Oh, che poi si chiamasse cazzo o uccello, che ci avesse attaccati questi coglioni, e che questi cazzi sono tanto porconi, io non potevo, Tuta mia, saperlo. Quando torna Felice, digli, Tuta, per quale ragione quando si strofina questo cazzo o uccello sulle vesti sputa. Perché io stando a guardarli la mattina pisciare al cantone, non gli mai vista questa sputarella, ma sempre orina.

Naturalmente Felice vista l’ingenuità di Tuta passa al contrattacco, come riferisce la ragazzina (sonetto IV):

Àghita, senti: jjeri ch’era festa
tornò Ffelisce, er cavajjer zerpente,
pe ddimme s’io sciavevo puramente
er gallo com’er zuo c’arza la cresta.
Io je disse de no, ma ffinarmente,
pe llevajje sti dubbi da la testa,
ridennome de lui m’arzai la vesta
pe ffà vvedé cche nun ciavevo ggnente.
«E cch’edè Ttuta? cqui cce tienghi un buscio»,
me disse lui: «viè un po’ in nell’antra stanza
ch’io co un aco che cciò tte l’aricuscio».
Poi me porta de llà ddove se pranza,
cava er zu’ bbúschero, e a ffuria de struscio
me lo ficca pe fforza in de la panza.

Versione. Agata, senti, ieri che era festa, tornò Felice, il cavalier servente, per chiedermi se avevo anch’io il gallo come il suo che alza la cresta. Io gli dissi di no, ma alla fine per levargli questi dubbi dalla testa ridendomi di lui mi alzai la veste, per far vedere che non ci avevo niente. “E che cos’è, Tuta? qui hai un buco”, mi disse lui. “Vieni un po’ nell’altra stanza che con un ago che ho te lo ricucio”. Poi mi porta si là, dove si pranza, tira fuori il suo arnese, e a furia di strusciare me lo ficca per forza nella pancia.

A questo punto l’amica vuol saperne di più e la incalza di domande (sonetto V):

«E cche ssentissi, Tuta, in ner momento
che Ffelisce te fesce quer lavore?»
«Cominciai a ssentí ttanto dolore,
che vvolevo scappà ppe lo spavento».
«Eppoi?» «M’intese come un svenimento
e inzieme a bbatte presto-presto er core».
«Bbè, ttira avanti». «Eppoi un gran brusciore».
«E allora?» «E allora er coso m’annò ddrento».
«E llui tratanto?» «Se pijjava gusto
de metteme la lingua in de la bbocca,
e ccacciamme le zinne for der busto».
«E ttu?» «E io, si mmaippiú llui me tocca,
nun vojjo ppiú ste bbrutte cose». «Eh ggiusto!».
«No, nu le vojjo ppiú». «Quanto sei ssciocca!»

Versione. «E che cosa sentisti, Tuta, nel momento che Felice ti fece quella cosa?» «Cominciai a sentire tanto dolore, che volevo scappare per lo spavento». «E poi?» «Mi prese come uno svenimento e insieme un batticuore». «Bene, và avanti». «E poi un gran bruciore». «E allora?» «E allora il coso mi andò dentro». «E lui intanto?» «Se prendeva gusto a mettermi la lingua in bocca, e a tirarmi fuori le mammelle dal busto». «E tu?» «E io, se mai più lui mi dovesse toccare, non voglio più queste brutte cose». «Eh, giusto!». «No, non le voglio più». «Quanto sei sciocca!»

Madre sculaccia figlia a lettoQuesto “Quanto sei sciocca!” detto a sorpresa in fine sonetto dalla più esperta Agata, serve al Belli per creare un ponte di suspence, di attesa, che lega il V al VI sonetto. Agata prende le distanze dall’ingenua amichetta Tuta, e infatti si farà avanti al posto suo per restare sola con Felice, allo scopo di godersi anche lei il di lui “arnese”.

Ma qui a sorpresa il Belli, ai versi 5, 6-7 e 14, fa un colpo di teatro. Con l’imprevedibile accusa di scivettola (civettuola, ragazza che si mette in mostra, disponibile) fatta da Tuta ad Agata, fa cadere il castello di carte faticosamente costruito sulla ingenuità totale, infantile, di Tuta. Che maliziosamente fa anche dell’ironia sulla battuta evasiva della “tela fina” dell’amica più esperta, addirittura la accusa di volere anche lei il “coso lungo che gli scola”, e alla fine rimette in discussione perfino il suo no al sesso. Insomma, si instaura una concorrenza tra le ragazzine. E anche la piccola Tuta, dunque, dopo il primo approccio sessuale, come Eva dopo il peccato, sembra acquisire di colpo acume psicologico e malizia. Anche lei è dunque in grado di capire che l’amica più esperta “ci sta”, è disponibile al sesso. E diventa realistica ed esplicita. Un dietro-front, però, troppo repentino e inesplicabile. Una malizia improvvisa che appare in contrasto col personaggio improbabile costruito dal Belli nei sonetti precedenti. Una sceggiatura veloce e incalzante, con svolte continue, a rischio di qualche discrepanza logica, ma con l’effetto sicuro di dare ritmo e interesse al racconto. Ecco il sonetto VI:

«Tuta, si vviè Ffelisce stammatina,
dijje che all’ora ch’io torno da scòla
guardi quanno che Mmamma sta in cantina,
e entri, c’ho da dijje una parola».
«E cche ccosa vòi dijje, scivettola?»
«Ciò da parlà dde scerta tela fina...».
«Ma ppropio propio tela, eh Aghitina?
no de quer coso longo che jje scola?»
«E ssi ffussi accusí, cche cc’è dde male
de vedé si er giuchetto de Felisce
fascènnolo co un’antra è ttal’e cquale,
o ssi ttu mme sciai fatto la cornisce?
Eppoi tu ttanto ggià cciai messo er zale,
e nnu lo vòi ppiú ffà». «Chi tte lo disce?».

Versione. Tuta, se viene Felice stamattina, digli che all’ora in cui torno dalla scuola [di sarta o cuffiaia], quando mamma sta in cantina, entri [in casa mia], perché devo dirgli una parola. “E che cosa vuoi dirgli, civettuola?” “Ho da parlare di certa tela fina…” [modo proverbiale per non rispondere e alludere a qualcosa che non si può dire]. “Ma proprio tela, eh Agatina? Non quel coso lungo che gli scola?” “E se fosse così, che c’è di male a vedere se il giochetto di Felice focandolo con un’altra è tale e quale, o se tu ci hai aggiunto del tuo? E poi tu non lo vuoi fare più, ci hai già messo sopra il sale [modo di dire antichissimo: i Romani sparsero sale sulle rovine di Cartagine, perché mai più risorgesse]. “Chi te lo dice?”

Ma per le due ragazze ecco un’amara sorpresa. Quel lavorio (er zugna’) del furbo Felice su di loro ha prodotto su entrambe conseguenze gravi: la perdita delle mestruazioni, segno evidente che sono incinte. Prima parla Tuta (sonetto VII):

Aghita mia, e cche vorà ddí adesso
ch’è ggià er ziconno e mmommò er terzo mese
che nun vedo ppiú ssegno de marchese?
Aghita, di’, che mme sarà ssuccesso?
Oggnuna de l’amiche che cciò intese
disce: «Vierà sta sittimana appresso»:
ma er pannuccio io però nun l’ho ppiú mmesso;
e lloro stanno a ride a le mi’ spese.
Ch’edè?! ttu ppuro nun t’è ppiú vvienuto?!
Da cuanno, Aghita?, di’... Ppropio è un veleno
duncue er zugnà dde quer baron futtuto!
Oh cche llusce de Ddio! Mo l’ho ccapito
quer lavore ch’edè: ggnente de meno
che cquello che ppò ffa mmojje e mmarito!

Versione. Agata mia, e ora che vorrà dire che è già il secondo e quasi il terzo mese che non vedo più segno di mestruazioni? Agata, dì, che mi sarà successo? Ogni amica a cui l’ho detto dice: “Verrà la settimana prossima”, ma il panno io non l’ho più messo, e loro ridono a mie spese. Che cos’è?! Neanche a te sono più venute? Da quando, Agata, dì… e’ proprio un veleno dunque il lavorio di quel baron fottuto! Oh luce di Dio! Ora capisco che cos’è: niente di meno quello che fanno moglie e marito!

Anche Agata è nei guai, e così risponde all’amica (sonetto VIII, l’ultimo):

Tuta mia cara, come Mamma ha vvisto
ch’io nun davo ppiú ppanni cor rossetto,
m’è vvienuta a gguardà ddrento in ner letto,
m’ha ddetto vacca, e ppoi m’ha ddato un pisto.
Sia tutto pe l’amor de Ggesucristo:
ha vvorzuto accusí Ddio bbenedetto.
Tutti guadagni de quer ber giuchetto
che cc’è vvienuto a ffà vvedé cquer tristo.
Tratanto io sto accusí: vvommito e ttosso;
sino er pane, ch’è ppane, nu lo tocco,
e ppe la vita nun ciò ssano un osso.
Mamma spaccia ch’è stato lo scirocco
che ha ffatto diventamme er corpo grosso;
ma ppoi me manna a vvilleggià a Ssan Rocco.

Versione. Tuta mia cara, appena mamma ha visto che non davo più panni sporchi di rosso, è venuta a guardarmi sotto le lenzuola, m’ha detto “vacca!” e poi mi ha pestata di percosse. Sia tutto per l’amore di Geù Cristo: ha voluto così Dio benedetto. Tutte conseguenze di quel bel giochetto che ci è venuto a far vedere quel tristo. Intanto io sto così: vomito e tossisco; e perfino il pane, che è il pane, non lo tocco, e dappertutto semto le ossa doloranti. Mamma va dicendo in giro ch’è stato lo scirocco a farmi ingrossare; ma poi mi manderà a villeggiare a San Rocco [“l’ospizio – nota il Belli – dove si ricoverano le donne che vogliono sgravarsi segretamente”].

Così si concludono gli otto sonetti. Con la doppia morale cattolica, severissima in teoria (le percosse della madre alla figlia sono come la sfuriata di prammatica d’un predicatore dal pulpito), proprio perché poi sarà di manica larga nella pratica (il perdono della madre come quello del confessore). La mamma, come la Chiesa, è attentissima a evitare lo scandalo, tentando di nascondere la gravidanza ai vicini.

E una ragazza-madre – ulteriore contraddizione, tipica del costume dell’epoca, e della stessa Chiesa romana – nessun parroco l’avrebbe accolta alla Messa. Eppure, suore e medici cattolici la accoglievano, eccome, e su raccomandazione dello stesso parroco, nell’apposito ospizio di S.Rocco – tenuto da suore e preti – che nascondeva, appunto, la madre non sposata, perciò “peccatrice”, agli occhi del mondo, e la faceva comodamente “sgravare”. Roba da far impazzire un protestante!

A questo si aggiunga la discriminazione contro la donna, tipica dei tempi, per cui per il medesimo atto, la ragazza è colpevole, anzi è una puttana (“vacca”, dice la madre), mentre l’uomo non è neanche nominato, ricercato o tantomeno punito. A meno che la giovane popolana “sedotta” non sia così coraggiosa da denunciare al parroco il “seduttore”, affrontando possibili ritorsioni della famiglia del giovane e la sgradita notorietà nel rione. L’uomo, in tal caso, sarebbe costretto, purché non nobile, a sposarla.

Una filosofia di vita pessimistica e anti-edonistica, tipicamente cattolica, incombe sulla conclusione di questo racconto, nato come divertimento e finito nel dramma familiare: il binomio sesso e punizione, che è una riduzione alla romana di Eros e Thanatos, magnificamente interpretato dal Belli, di cui è ben nota l’ambivalenza psicologica e culturale. «Uomini, e soprattutto donne – sembra voler dire la “morale della favola” – non peccate, non abbandonatevi al piacere, perché questo è inevitabilmente legato alla sua naturale punizione: il dolore». Che in questo caso è anche la malattia, i fastidi, le busse, la derisione delle amiche, la delusione, la predica, la vergogna. Insomma, una sorta di legge sadica del contrappasso – sembra volerci dire il grande moralissimo Immoralista – che ci portiamo dietro dal cosiddetto giardino dell’Eden.

IMMAGINI. 1. Ragazze popolane romane dell’Ottocento sull’altalena (“canofiena”). Part. da B.Pinelli. 2. Giovane italiana con melangole (K.Makovskij). 3. Madre popolana con tre figli: al centro la ragazza adolescente, la più grande (part. da B.Pinelli). 4. Madre che alza le coltri e sculaccia la figlia colpevole. Una scena classica in altri tempi.

 
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