7 aprile 2012

Maramao perché sei morto? Il gatto anti-Papa (e anti-Duce)

Gatto nero di notte con luna piena stilizzata (piccolo)D’accordo, il gatto è quanto di meno raccomandabile esista sull’arca di Noè, sia nella simbologia antica dotta, sia nell’immaginario popolare. Specialmente nei secoli della povertà: immaginate che cosa voleva dire per una famiglia povera il furto da parte del gatto dell’ultimo pezzo di lardo. Insomma, ladro e traditore, imbroglione e infingardo, strega e demonio. Tutto quello che volete, ma può la storia d’un gatto un po’ lestofante, che non impressiona neanche un bambino, impensierire i gendarmi del Papa, tanto da far finire qualcuno in galera, e un secolo dopo allarmare la polizia fascista? No, eppure è quello che è accaduto. A proposito: e se non fosse neanche un gatto? Oddio che mal di testa….

Dunque, siamo a Livorno nel 1939, imperante il Duce del Fascismo. E’ morto il gerarca livornese Costanzo Ciano, consuocero di Mussolini, presidente di quella parodia di Parlamento che è la Camera dei Fasci e delle Corporazioni. E il Regime gli sta erigendo un monumento. Ma nella notte studenti burloni vi affiggono un foglio con questi versi:

Maramao perché sei morto?
Pan e vin non ti mancava,
l’insalata era nell’orto,
Maramao, perché sei morto?

Per gli inquirenti si tratta dei versi d’una canzone uscita proprio in quell’anno, Maramao, perché sei morto?, di tale Panzeri, sospetta di alludere alla morte di Ciano, implicato in scandali e arricchimenti illeciti (“pan e vin non ti mancava…”). Apriti cielo! Le dittature, si sa, non brillano per senso dell’humour, e vigili urbani, poliziotti, carabinieri, questore, prefetto ecc., prendono tutto drammaticamente sul serio, subodorando chissà quale complotto, congiura, cospirazione (termini usati abitualmente in questi casi). “Un ennesimo episodio di fronda, un’opposizione nascosta e sotterranea, col dire e non dire, allo scopo di diffondere il discredito sul Regime”.

Maramao perché sei morto, canzone di Panzeri-Consiglio 1939Il capo della censura, Criscuolo, convoca immediatamente il Panzeri. “Ancora voi!”. Il paroliere è già nella lista nera come autore di Crapa pelada (1936), tradizionale filastrocca infantile milanese ora musicata dal jazzista Gorni Kramer, altamente sospetta perché si adatta a meraviglia al più noto dei calvi, il Duce. E così l’hanno capita gli Italiani.

Il paroliere, però riesce a dimostrare che Maramao è stata scritta prima della morte di Ciano. Fatto sta che interpretato genialmente dal trio Lescano e da una orchestra quasi jazz, diventa popolare in tutte le case italiane, e continua per anni ad essere trasmessa dall’EIAR, la radio di Stato. Anzi, torna di moda qualche anno più tardi, nel 1940, alla morte di un altro “fascistone”: Italo Balbo.

Questo Panzeri è recidivo. Nel 1940 scrive Pippo non lo sa, musicato da Kramer, mettendo alla berlina un buffo personaggio che "quando passa, ride tutta la città". E tutti vi riconoscono il fanatico e ridicolo Starace, segretario del Partito Fascista, odiatissimo dagli Italiani per il suo integralismo (è lui a ordinare il “voi” e la camicia nera, e a costringere gerarchi con la pancia a fare ginnastica e a gettarsi nel cerchio di fuoco), che ama esibirsi passeggiando sul Corso impettito in divisa. In realtà lo stesso Kramer in un’intervista del 1962 smentisce la diceria: era solo uno scherzo all’amico musicista Pippo Barzizza, “reo” di non essersi pronunciato nel 1939 (“Non lo so e non lo voglio sapere!”) alla domanda sui gusti musicali del pubblico: jazz americano o tradizione italiana? Ad ogni modo, Panzeri e Kramer le coincidenze sembrano andarsele a cercare. Infatti, un’altra loro canzone, La Banda d’Affori (1943), ha due versi micidiali: “Il tamburo principal della Banda d’Affori / che comanda cinquecentocinquanta pifferi”. Ebbene, 550 è proprio il numero dei membri della Camera dei Fasci, e il loro capo-tamburo – così pensa la Censura – non può che essere il Duce!

“Quanti guai per una canzone, ma vi pare sensato?” lamenta un secolo prima della vicenda, il nostro G.G.Belli in un sonetto che la censura fascista non poteva conoscere (l’edizione completa di Giorgio Vigolo, che rese finalmente noto a tutti gli Italiani tutto il Belli, è del 1952). Perché altrimenti non avrebbe convocato il povero Panzeri. Ebbene, il sonetto Er canto provibbito è quello che rivela l’origine antica della filastrocca di Maramao, trasportandoci dunque al 1833.

Strega e gatto che strimpella il violino nel Sabba (antica stampa, part)Lo scrittore Vitaliano Brancati incorre in un errore quando, in Ritorno alla censura (Bompiani), facendo quasi la versione in prosa del sonetto belliano Er canto provibbito scrive: "La notte del 10 febbraio 1831 un povero storpio arrancava per le vie di Roma cantando: Maramao, perché sei morto? Pane e vin non ti mancava, l'insalata avevi all'orto… Subito venne arrestato, sotto l'imputazione di alludere al recente funerale del papa. Ma perché doveva alludere al papa? Quale riferimento poteva esserci fra l'insalata all'orto e i giardini vaticani? Queste domande, prima di noi, se le fece Gioacchino Belli, in uno dei sonetti rimasti inediti sino a pochi anni fa”.

Doppio errore di Brancati, che crede ingenuamente che il Belli avesse scritto di un episodio accaduto la notte precedente. Innanzitutto, il sonetto del Belli è stato scritto l’11 febbraio del 1833, non del 1831. Ma anche se lo avesse scritto nel 1831, non poteva narrare un episodio accaduto la notte precedente, visto che il sonetto si riferisce al periodo immediatamente successivo alla morte di papa Pio VIII (“recente funerale”), che avvenne il 1 dicembre 1830. Il funerale, quindi, deve essersi tenuto pochi giorni o settimane dopo, entro dicembre o gennaio, mentre l’11 febbraio 1831 (data del Brancati) era già regnante il nuovo papa Gregorio XVI (si insediò il 2 febbraio 1831). Ecco il sonetto del Belli:

ER CANTO PROVÌBBITO
Sta in priggione, ggnorzí, ppovero storto!
Io da l’abbíle sce faría la bbava.
Sta in priggione: e pperché? pperché ccantava
jer notte: Maramào, perché ssei morto.
Ebbè? ssi è mmorto er Papa? e cche cc’entrava
de dì cche ccojjonassi er zu’ straporto?
E cché! ttieneva l’inzalata all’orto
er Zanto-Padre? e cché! fforze maggnava?
Teste senza merollo: idee brislacche.
Duncue puro a ccantà cce vò er conzenzo
de sti ssciabbolonacci a ttricchettracche!
Io me sce sento crèpa da la rabbia.
«Ma», ddisce, «è bben trattato»: eh, bber compenzo
d’avé la canipuccia e dde stà in gabbia.
Roma, 11 febbraio 1833

Versione. Il canto proibito. Sta in prigione, sissignore, povero storpio! Io dalla bile farei la bava. Sta in prigione e perché? Perché cantava ieri notte “Maramao perché sei morto”. E con questo? Se è morto il Papa? E che c’entrava dire che schernisce il suo funerale? E che? Forse aveva l’insalata nell’orto il Santo Padre, e che, forse mangiava? Teste senza midollo, idee bislacche! Dunque, anche per cantare ci vuole il permesso di questi sciabolonacci da marionette! Io mi sento morire dalla rabbia. Ma, dice, è ben trattato. Eh, bel compenso avere la canapuccia e stare in gabbia.

Il Belli, come si vede, riporta in modo sbrigativo la filastrocca, come cosa popolare nota e risaputa da tutti. Segno, dunque, che era molto più antica del suo secolo. E infatti lo stesso Belli annota sotto questo sonetto: «Antica canzone volgare: Maramao, perché sei morto? / Pane e vin non ti mancava: / L’insalata avevi all’orto: / Maramao, perché sei morto?»

Gatto sacro statuetta divinità egiziaUn gatto, certo. Del resto basta vedere come l’interpreta il disegnatore sulla copertina dello spartito musicale del Panzeri nel 1939. L’autorevole Vigolo, nell’edizione del 1952, scrive in nota: “La voce maramao accompagnata col gesto delle cinque dita sgranate a ventaglio vuol dire anche “rubare” e forse deriva da un’onomatopea del miagolio de’ gatti”.

Però aggiunge, a scanso di ulteriori scoperte: “Non è nemmeno da escludere qualche possibile attinenza col nome di Fabrizio Maramaldo, tanto più che il nome Maramau si incontra già alla fine del ‘500 nelle maschere della Commedia dell’Arte, raffiguranti simili tipi di spacconi, quali i capitani Bombardone, Malagamba, Francatrippa ecc.”

Questo Maramaldo era un capitano di ventura napoletano al servizio dei Medici contro l'esercito della Repubblica Fiorentina. Nel 1530, alla battaglia di Gavinana, trafisse a morte un suo prigioniero ferito e inerme, il capitano Francesco Ferrucci che gli gridò: "Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!". Teoricamente possibile e suggestivo che, riportato di bocca in bocca, l’aneddoto possa essere diventato per ottusa assonanza popolare "Maramao perché sei morto". Oppure, seconda ipotesi, ucciso vilmente il suo nemico, Maramaldo torna a Napoli a gozzovigliare ed è colto da morte improvvisa tra i bagordi. E allora il popolino: "Avevi tutto, cibo, vino, donne… Maramaldo, perché sei morto?".

E, a proposito di spacconi, nel sonetto belliano i gendarmi con gli sciaboloni, proprio come Maramaldo, fanno una brutta figura, e lo stesso Belli in un altro sonetto, Er venardi ecc. (10 febbraio 1833) spiega che i tricchettracche sono gli “strumenti coi quali i fanciulli fanno un fragore per le vie della città”, “e anche uno strumento di legno di suono strepitoso che si suona la settimana santa invece delle campane”. “Qui, satiricamente – specifica il Vigolo – per indicare il falso fragore a vuoto delle sciabole pontificie, quasi fossero di legno”, come quelle dei burattini.

Altro che 1939, fascismo, Panzeri e Ciano! Quel che è certo (nell’incerto) è che la filastrocca di Maramao è antichissima e si perde nei secoli della tradizione popolare italiana. Una tradizione popolare dove il gatto è molto più diffuso e radicato di un Maramaldo.

Cavour Il gatto cavorrese, satira Pedrini, Il Fischietto (part, picc) 21 dic 1848Tanto più che il gatto è altamente simbolico, e dopo essere stato considerato addirittura un Dio dagli Egizi, dopo essere stato creduto dal popolino e dai preti che lo aizzavano protagonista dei sabba delle streghe, anzi, l’immagine stessa della strega, e comunque rappresentando secondo i pregiudizi popolari l’indole maligna e la falsità per eccellenza (Alfred Brehm), viene utilizzato proprio nell’Ottocento del Belli dalla satira politica, allo scopo di graffiare i politici troppo furbi, agili, imprendibili, che ne sanno una più del diavolo. Come il diabolico e felino Cavour, velocissimo e astutissimo, pronto a mutare posizione e a balzare sul topo avversario – fosse l’Austria, la Francia, l’estrema Destra o l’estrema Sinistra – e a farne un sol boccone. Qui è raffigurato in una vignetta satirica del suo tempo (che, insistiamo, era anche il tempo del Belli), come un gatto, appunto (“il gatto cavorrese”), nella sua tipica posa di difesa (Pedrini sul Fischietto, 21 dic.1848).

Ma il gatto-strega del sabba impersonava anticamente anche “lo spirito del Carnevale”. Si noti l’analogia tra sabba e orgia carnevalesca: entrambe infrazioni della norma e forme di follia collettiva: l’una ritenuta dalla Chiesa illecita, l’altra tollerata come sfogo popolare. Fatto sta, riferisce qualcuno, che in alcune località durante la Quaresima al gatto veniva fatto il funerale, con tanto di bara e corteo. Come a dire: è finita la pazzia, torniamo alla vita perbene, normale.

Anche per i popolani romani ai tempi del Papa-re, il gatto è dunque visto come l’animale più ladro e inaffidabile che ci sia, dopo la gazza, ovviamente. Nel Dizionario romanesco del Ravaro (2 voll., ed. Newton Compton, 2005) alla voce gatto si legge: ladro, sornione, dissimulatore. Riferendosi agli uomini, ovviamente. Scrive il Belli in un verso: “Che casa! Er padre e du’ fratelli gatti!”.

Gatto fulvo testa (picc)E il Belli sul gatto, che una ne fa e cento ne pensa, costruisce su misura un altro sonetto, Er gatto girannolone (24 dicembre 1834), in cui il gatto, ladro domestico per eccellenza, in questo caso chiamato “Roscio”, quindi un gatto di pelo fulvo, ha il viziaccio di andarsene sempre in giro, come tutti i veri gatti. E quando tutti lo cercano senza trovarlo, quando non si sa proprio dov’è, quando ormai è dato per perso, indovinate dov’è? In Curia. Ma sì, secondo la maldicenza del suo padrone (in realtà del Belli), è andato sicuramente a trovare, per consultazioni, i suoi amici naturali in Santa Romana Chiesa:

Un giorno Rosscio nun tornava
e llui sai cosa disse? «Starà ar Vaticano
a cconzurtà cco li compaggni sui».

Perché? I monsignori di Curia, i cardinali (“ladri cani” dice altrove il Belli un feroce anagramma), sono, proprio come i gatti, famigerati per avidità, ingordigia, ladrocinio. Con l’aggravante che qui trattandosi d’un gatto dal pelo rosso – nota il Vigolo – “c’è doppio senso: l’uomo di pelo rosso era visto dal popolino come di carattere cattivo, e si riteneva che Giuda Iscariota fosse di chioma e barba rossa. Da cui il detto popolare “Rosso malpelo schizza veleno”. Come se non bastasse – il Belli è sempre più malizioso di quanto appaia – qui il gatto è appositamente scelto di colore rosso, come l’abito dei principi della Chiesa. Ci sarà un perché, visto che “Roscio” non serve per la rima. Soccorre il Vigolo in nota: “Per l’analogia con la porpora dei cardinali v. sonetto Com’ar mulo (“sta covata d’arpie de pelo rosso è ccome la padella: o tigne o scotta”).

Il gatto, cioè il tipico ladro, va in Vaticano a trovare i pari suoi! Ecco nella solita sorpresa dell’ultimo verso, il motivo sotterraneo che il Belli, recidivo nell’arte sopraffina di dire e non dire, o di svelare in nota quello che lui stesso cela nei versi, aveva dato nelle intenzioni al suo sonetto: Vaticano, covo di ladri e profittatori.

E un’antica stampa francese, qui raffigurata per il particolare che ci interessa, per descrivere tutta la doppiezza, la furbizia, l’inaffidabilità, del potere del Papa, l’incisore lo disegna nientedimeno come un grande gatto ritto sulle zampe posteriori, con tanto di tiara pontificia sulla testa. Più che “cani ladri”, quindi, “gatti ladri”, questi ecclesiastici di Santa Romana Chiesa, secondo una satira plurisecolare, sia gallicana che anglosassone. Altro che orto e insalatina, pane e vino. Per il vero Maramao, quello in lungo abito color porpora, ci sono ori e gioielli, tenute e castelli.

Papa con Triregno come gatto furbo e inaffidabile (stampa francese)Ma allora, se il gatto era stato utilizzato dalla satira per secoli contro il Potere, come le stampe antiche e la malizia dei diversi sonetti belliani dimostrano, se tutto il quadro semantico-psicologico combacia nel dare un’immagine simbolicamente anti-Potere e irriguardosa del gatto, specialmente nell’800, sempre ammesso secondo il Vigolo e altre fonti che Maramao sia un gatto, ma allora, Signori della Corte, le conseguenze sono drammatiche e aberranti: i gendarmi del Papa, che di solito erano romani della peggiore feccia, e anche la polizia e la censura fascista un secolo dopo, non meno rozze e ottuse, avevano capito tutto. Anzi, paradossalmente, pur sbagliando in senso liberale, avevano filologicamente “ragione”. E in base non alla libertà e alla dignità dell’uomo, ma della semantica, dell’antropologia e della psicologia popolare, dal loro punto di vista ignorante, fecero “bene” ad arrestare il povero storpio che canticchiava “Maramao perché sei morto” nel 1831, e a sospettare dell’omonima canzone di Panzeri nel 1939. Scherzi da prete? No, scherzi da gatti. Sempre colpa loro!

IMMAGINI. 1. Un gatto stilizzato con lo sfondo della luna piena. 2. Lo spartito originale della canzone Maramao, perché sei morto?, di Panzeri-Kramer. 3. Gatto che suona il violino in un sabba di streghe (antica stampa). 4. Il Dio-Gatto degli antichi Egizi. 5. Una caricatura di Cavour, definito “Il gatto cavorrese” dal disegnatore Pedrini sul giornale satirico torinese Il Fischietto (21 dic.1848). 6. Un bel gatto dal pelame fulvo, più o meno come “Roscio” del sonetto del Belli. 7. Il Papa (o la Chiesa di Roma) sotto forma di gatto disonesto e inaffidabile, in un’antica stampa francese.

AGGIORNATO IL 17 FEBBRAIO 2015

 
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