2 novembre 2013

E se la zitella dice no? Perdo la testa e me la sbatto in un portone

Jane Austen scrittrice zitellaUna “bella zitella” un po’ sfiorita ma appetitosa, una di quelle procaci quarantenni che oggi in fatto di forme possono dare dei punti alle adolescenti smunte e dalla pelle grigia (a forza di notti in bianco, sigarette e alcol), ma che nonostante i suoi apparenti “trent’anni”, per niente offuscati da qualche ruga, ha lo sguardo triste che le risa sforzate non riescono a nascondere, e qualcosa dentro che la appesantisce, la invecchia. E quante ce ne stanno! Ma stiamo parlando di oggi.

Invece, ai tempi del Belli, quando le donne si sposavano prestissimo, ancora adolescenti, la zitella più comune era un’altra: qualsiasi ragazza vergine o anche donna non vergine “in età da marito”. E’ lo stesso poeta a chiarirlo (sonetto Er zitellesimo, in nota): “zitella, presso il popolo è tanto la non maritata, quanto la vergine, cose fra loro differentissime”. E già. Ma su questo equivoco le ragazze vivevano e prosperavano, il vicinato spettegolava, ma la morale del vicolo era ufficialmente salva. Impossibile sapere la verità. Dopotutto che è la verità? si chiederebbe Pirandello. Bisognerebbe chiederlo a “padron Bebberebbè” (personaggio caricaturale, di fantasia – nota il Vigolo – tanto la domanda è assurda per il Belli):

ER ZITELLESIMO
È zzitella la fijja de Chichì?
Indovinela-grillo si sse pò.
Ce sò cquelli che ddicheno de sì,
Ce sò cquelli che ddicheno de no.
Io mo in cusscenza nu lo posso dì,
Da cristian battezzato nu lo so.
Sò ggabbole, Andrea mia, cueste che cquì
Che bbisogna vedelle ar Pagarò.
Si tte discessi cuer che ppare a mmé,
Io saría d’oppignone che la dà,
Co tuttosciò che ll’ha nnegata a tté.
Ma ssi tte preme sta materia cquà,
Dimànnelo a ppadron Bebberebbè:
Lui solo te pò ddì la verità.
28 gennaio 1832

Versione. La verginità. E’ zitella la figlia di Chichì [diminutivo di Francesco]? Indovinala-grillo se si può. Ci son quelli che dicono di sì, ci son quelli che dicono di no. Io ora in coscienza non lo posso dire, da cristiano battezzano non lo so. Sono cabale, Andrea mio [una stranezza dell’uso popolare romano, qui e in altri sonetti, l’aggettivo al femminile per assonanza con un sostantivo che finisce in a...], queste qui, che bisogna vedere al pagherò [cioè alla fine, al momento cruciale]. Se ti dicessi quel che pare a me, io sarei dell’opinione che la dà [che si concede sessualmente], con tutto che l’ha negata a te. Ma se ti preme questo argomento, domandalo a padron Bebberebbè [personaggio immaginario, impossibile da trovare]. Solo lui ti può dir la verità.

Donna setina tonda e zitellaIl nome zitella (cittella al Nord Italia, registrato anche dal Tommaseo) è il diminutivo alla latina di zita (v. cita e cittina, in toscano), cioè fanciulla, ragazza vergine, che è anche un nome proprio femminile persiano. Ma la perfidia delle madri ne fa uno spauracchio. «Tu, col carattere che hai, mi sa tanto che non ti mariti: vuoi restare zitella?» predica la madre alle figlie più grandi. E così entriamo nella seconda categoria della “zitella”, quella un po’ denigratoria che è stata ed è tuttora in provincia e nei paesi del sud l’incubo di tante ragazze non più giovanissime. E a furia di prefigurare un futuro maligno e solitario, ecco che il vaticinio della madre o della nonna si avvera.

Fatto sta che tempo dopo la scomparsa del Belli, nel Novecento, il popolino romano prende a usare la parola “zitella” da sola e unicamente nel secondo significato, bollando come epiteto offensivo, lontano dall’uso del Belli e del popolo romano dell’Ottocento, tutte quelle donne ormai nella tarda giovinezza o addirittura nella maturità, irrimediabilmente non fidanzate né sposate, o perché brutte o con qualche difetto fisico o di cattivo carattere o anche riluttanti per predisposizione al maschio, e per questo – riteneva il popolino – un po’ lunatiche, scostanti, piene di manie, talvolta isteriche, ma comunque vogliose. Insomma, si arriva a una sorta di incivile discriminazione che mette alla berlina le malcapitate dipingendole come votate a una vita di privazioni sessuali e affettive. Perfino papa Francesco, scherzando, ha detto alle 800 rappresentanti delle suore di tutto il mondo: «Non siate zitelle!». (8 maggio 2013).

Nel Belli questo tipo di zitella è presente, eccome, perché si presta magnificamente ai suoi bozzetti di satira di costume, ma in questi casi al sostantivo – che da solo, ripetiamo, ha valore neutro – è aggiunto un aggettivo esplicativo e peggiorativo. Come nel caso dello sfogo di auto-compatimento della donna ormai stagionata e senza speranza, forse non bella (La zitella ammuffita), che l’amica Nunziata tenta invano di rincuorare:

E’ inutile pe mmé, sora Nunziata
De dimannamme si mme faccio sposa

Perché io non sono né amata (bbenvorzùta), né richiesta (ariscercata), non ho un nome elegante e vistoso come Llutucarda (Lutgarda), e morirò zitella perché sono nata sfortunata:

Nun me so inzin adesso maritata
E ccreperò accusì; perch’io sò nata
Sott’a qquella stellaccia pidocchiosa.

Eppure, c’era quel cuoco che le stava dietro... Macché, “non c’è vverso de facce capitale” (affidamento): è più fermo di Castel S.Angelo. A meno che – spera la zitella stagionata – non incontri qualche “scarterello” (uomo di scarto, pretendente di mezza tacca) a Carnevale, che era il periodo più adatto alle nuove amicizie e ai fidanzamenti per le recluse donne romane in tempi di maschilismo e clericalismo dominanti. Come che sia, confidiamo nel Signore e in San Pasquale. Chi? Ma Pasquale Baylonne, protettore delle donne:

Bbasta, aspettamo un po’ sto carnovale,
Sì ccapitassi quarche scartarello:
Lassamo fa ar Ziggnore e a ssan Pasquale.

Naturale che poi le zitelle, riferiva l’immaginario delle malelingue del vicolo, fossero vogliose, anzi vogliosissime di sesso, e facciano qualunque cosa pur di maritarsi. Ma molte non si guardano allo specchio e ci provano anche quando appaiono rivoltanti e conciate come maschere orribili, che si esibiscono e si strofinano per accattare un marito (chiosa il Vigolo). Il che, però, contrasta con l’accusa già accennata di indifferenza. Insomma, ogni malignità, anche la più incoerente, poteva essere indirizzata alla povere zitelle.

Ma resiste lo stereotipo popolare della scarsa avvenenza della zitella stagionata, e il Belli non fa nulla per resistervi. Chi volete che se la pigli, così brutta, magra e curva? scrive impietoso nel crudele doppio sonetto che assomiglia a un’invettiva degna di Marziale e Giovenale(La zitella strufinata, I e II, 3 febbraio 1832)?

Tanta smania te viè de fatte sposa?
Ma cchi vvôi che tte pijji? Basciaculo?
O er zor Jaià: pe tté nun c’è antra cosa.
Cuanno vojji però ppropio l’assarto,
Pijja in affitto er buggero d’un mulo,
Cché ssi nnò, bbella mia, mori de parto.

Versione. Tanta smania ti viene di farti sposa? Ma chi vuoi che ti pigli, Baciaculo? [nome di spregio (Belli), o di chi “si suole nominare come soggetto di pretese impossibili o di azioni assurde (Vigolo)], oppure il sor Jaià [modo di dire per uno stupido (Belli)]: per te non c’è altra soluzione. Se però vuoi proprio l’assalto, prendi in affitto il membro d’un mulo [animale sterile], ché altrimenti muori di parto.

jane_austen scrittrice zitella (dis. modif NV sanguigna) Sposarla io? Neanche morto, conferma il presunto pretendente della “zitella strufinata” (parte II): non solo ha un pessimo umore (“tutto quer morzarzo”) ed è mutevole peggio del sol di marzo, non è bella, ed è pure zoppa (“co cquella scianca che tte bbutta in farzo”), ma per fortuna io sono vedovo, e non me la sento “de la padella de cascà a la bbrascia”, cioè di cadere dalla padella nella brace.

Ma un certo tipo di “zitella” giovane, col sesso aveva rapporti stretti. Com’è possibile? Ma sì, nella Roma papalina s’impone a un certo punto la curiosa figura della zitella-puttana, o quasi. E in questo caso, ovviamente, per “zitella” si intendeva soltanto “nubile”. Per questo, il moralismo dei preti, sempre morbosamente attenti alle cose del sesso, riteneva le giovanissime zitelle povere e abbandonate pericolanti”, cioè sempre a rischio di adulterio, prostituzione, accattonaggio e incesto («perfino nella propria casa la ragazza non maritata è considerata in pericolo»”, scrive G. Zarri *), e perciò ricoverate ogni notte in dormitori o alloggiate fino alla maggiore età in appositi Conservatori gestiti da suore. Come quello famoso al rione Regola dedicato ai SS. Clemente e Crescentino, istituito da papa Clemente XII «per le povere orfane comunemente denominate zoccolette» (v. la via omonima), vuoi perché per economia portavano le calzature più economiche, gli zoccoli di legno, vuoi perché una volta uscite di lì, essendo il matrimonio e il servire in case patrizie cose difficili, potevano solo sperare di fare la “zoccola”, cioè la pubblica prostituta. Il nome del resto deriva proprio dalla rozza calzatura, tipica allora di persone rozze, povere e ignoranti, da cui l’analogia con quella condizione (cfr. Ravaro, Diz. Rom.). Ciò non toglie che l’assistenza della Chiesa o di famiglie nobili provvedeva spesso a costituire doti per le zitelle povere o abbandonate più oneste, meritevoli e avvenenti, così da permetter loro di sposarsi. Era questo uno degli scopi del Conservatorio della Ss.Immacolata Concezione di Maria (noto come Monastero delle Viperesche, dal nome della nobildonna mecenate Livia Vipereschi) in via di S.Vito, ai Monti.

Ma nella Roma papalina gravata dall’opprimente controllo pretesco e sociale, le zitelle giovani meno povere, più abili o fortunate perché vivevano a casa propria, riuscivano a dare ad intendere al vicinato d’essere zitelle, solo per attrarre i clienti con la sbandierata“verginità” e poter fare i propri comodi, in realtà concedendosi a tutti. Fatto sta che qualche zitella faceva una vita un po’ troppo disinvolta. Come La zitella dell’omonimo sonetto (8 gennaio 1834), che evidentemente passa da un uomo a un altro, è spesso incinta (la luna che non esce sta per mestruazioni mancate), tanto che il suo amante di turno corre a depositare il neonato alla ruota dell’ospedale S. Spirito, installata apposta per ricevere i neonati abbandonati:

Peccato che la luna in mezz’ar mare
Quarche mmese nun essce, e vve cojjona;
E cche spesso, a Ssaspirito, er compare
Curre a una rota, mette drento, e ssòna.

E doveva pure sbrigarsi e fare tutto di nascosto dai vicini, perché il parroco avrebbe potuto obbligarlo a sposare la donna, com’era legge nella Roma papalina.

Altro che zitella, questa, piuttosto una Santaccia (la celebre puttana di piazza Montanara). Infatti...

... ve se vede in faccia
che vvoi sete zitella a bbocc’uperta
a un dipresso in zur gusto de Santaccia.

Perché a bocca aperta, lo spiega il Belli in nota: a Roma il popolino, quando una zitella non era vera, pronunciava la parola aprendo in modo esagerato la “a”, alludendo alla più nota delle prestazioni sessuali della famosa e popolarissima prostituta.

Comunque, il trucco della ragazza sedicente “zitella” è semplice: non prendere mai ufficialmente marito pur avendone tanti, per poter continuare a fare la “puttanella”. Però col diritto a essere chiamata “zitella”. Che in fondo era anche una salvaguardia di onorabilità pubblica. Dal che si deduce che le ragazze romane al titolo di zitella ci tenevano, eccome: ne andava della loro reputazione. Un po’ come il velo per le ragazze musulmane oggi. Ipocrisie della “morale” in tempi e luoghi arretrati!

E ffussivo magara puttanella,
Nun avenno marito è ccosa scerta
Che v’hanno da chiamà ssempre zitella.

Ma le altre, le vere zitelle? Speranzose e maliziose quanto volete, in apparenza civette, ardite, spesso disposte al gioco di parole e all’allusione, perfino di fervida e maniacale immaginazione (proprio come certe suore giovani fissate sul sesso). Ma poi? Al dunque restano indecise, bloccate, di fronte a un uomo reale. Sono le famose “signorine no” per cui nessun pretendente è adatto o all’altezza, perché loro, si sa, sono tutte principesse, mentre lui è “troppo ordinario”, “troppo basso”, “non si lava”, “ha la barba”, è “volgare” o “puzza di tabacco”. E così, quando sono al momento del dire sì – com’è, come non è – si tirano indietro all’ultimo. Oppure è il pretendente che non si fa più vivo all’improvviso, inspiegabilmente. Ma la vera zitella lascia, più che farsi lasciare.

E anzi, una delle tecniche più furbe per trovare scuse e mandare a monte sempre tutto, non è dire no a tutti, ma lasciar balenare un sì a tutti nello stesso tempo. E’ la sindrome “Mirandolina”, ben descritta dal Goldoni, un tipo di donna del “vorrei e non vorrei”, dell’amore in testa ma non tra le gambe, insomma d’una cosa e del suo contrario, sempre indecisa, o perché troppo ingenua o perché troppo scaltra. Proprio come la zitella Lucia del sonetto La scerta, ragazza da marito messa finalmente dai genitori spazientiti di fronte a due pretendenti molto diversi tra loro: un giovane prestante e un anziano dai capelli grigi, ma ricco. E chi sceglie Lucia? Non sceglie, proprio come una zitella inveterata. Al giovane che chiede di decidersi risponde con una terzina che vale tutto il sonetto, specialmente l’ultimo verso. “Per me – dice il sostanza la furba ragazza – prenderei tutti e due: l’uccello vostro e i quattrini suoi”:

LA SCERTA
Sta accusì. La padrona cor padrone,
Volenno marità la padroncina
Je portonno davanti una matina,
Pe sceje, du’ bravissime perzone.
Un de li dua aveva una ventina
D’anni, e du’ spalle peggio de Sanzone;
E l’antro lo diceveno un riccone
Ma aveva un po’ la testa cennerina.
Subbito er giuvinotto de quer paro
Se fece avanti a dì: “Sora Lucia,
Chi volete de noi? parlate chiaro”.
“Pe dilla, me piacete voi e lui”,
Rispose la zitella; “e ppijerìa
Er cicio vostro e li quadrini sui”.
Roma, 21 novembre 1832

Versione. La scelta. Andò così. La padrona col padrone, volendo maritare la padroncina una mattina le portarono davanti, per scegliere, due bravissime persone. Uno dei due aveva una ventina d'anni e spalle più larghe di quelle di Sansone; dell' altro si diceva che fosse un riccone, ma aveva i capelli un po' grigi. Subito il giovanotto si fece avanti a dire: Signora Lucia, chi volete di noi? parlate chiaro. “Per dire la verità, mi piacete voi e lui - rispose la zitella - e prenderei l'uccello vostro e i quattrini suoi”.

Ma il bel gioco dura poco. Tirarla troppo per le lunghe ha i suoi inconvenienti. Certe zitelle “signor no” finivano per spazientire molto gli uomini, specialmente nell’Ottocento maschilista e un po’ violento del popolino descritto dal Belli. Rapimenti e stupri erano all’ordine del giorno, e la morale chiesastica metteva tutto a tacere con “matrimonio riparatore”.

Venditrice (part. e modif) (B.Pinelli 1816-22)E poi, va’ a capire chi è zitella e chi no. Ed ecco che lo spasimante invaghito della procace venditrice ambulante che vede passare spesso per la via, dopo averla seguita con lo sguardo chissà quante volte, un bel giorno perde la testa e senza più freni inibitori fantastica di fermare per strada la bella paciocca (donna formosa e rotondetta) alla prossima occasione, di condurla a forza dentro un portone, magari di sera, spingerla contro un muro dove non arriva la fioca luce del lampione a petrolio, e “ingrufalla” dove tocca tocca. E’ l’oscuro desiderio minacciato dall’io narrante, il Belli in persona, nel sonetto La peracottara:

LA PERACOTTARA
Sto a ffà la caccia, caso che mmommone
Passassi pe dde cqua cquela pasciocca,
Che va strillanno co ttanta de bbocca:
Sò ccanniti le pera cotte bbone.
Ché la voría schiaffà ddrento a ’n portone
E ppo’ ingrufalla indove tocca, tocca;
Sibbè che mm’abbi ditto Delarocca,
C’ho la pulenta e mmó mme viè un tincone.
Lei l’attaccò ll’antr’anno a ccinqu’o ssei?
Dunque che cc’è dde male si cquest’anno
Se trova puro chi ll’attacca a llei?
Le cose de sto monno accusí vvanno.
Chi ccasca casca: si cce sei sce sei.
Alegria! chi sse scortica su’ danno.
Roma, 14 settembre 1830

Versione. La venditrice di pere cotte. Sto facendo la posta, caso mai proprio ora passasse di qui quella bella giovane che va strillando a bocca aperta “Sono canditi, le pere cotte buone!”(**). Perché la vorrei spingere dentro a un portone e poi penetrarla dove capita. Anche se m’ha detto [il dottor] Delarocca che ho la gonorrea e mi verrà un tincone [adenite inguinale, nota il Vigolo]. Lei l’attaccò l’anno scorso a cinque o sei? Dunque che c’è di male se queat’anno si trova pure chi l’attacca a lei? Le cose di questo mondo così vanno. Chi casca casca: se ci sei ci sei. Allegria! Chi si scortica [fa il] suo danno.

NOTE
(*) Zarri G., Monache e sante alla corte estense (XV-XVI) in Storia illustrata di Ferrara, 2, a cura di F. Bocchi, Milano, 1987. p. 418.
(**) Nota il Belli: “Grido de’ venditori di pere cotte al forno, i quali girano nelle ore più calde della stagione estiva, dette perciò a Roma: l’ore de peracottari”.

IMMAGINI. 1. Tipica eterna zitella, in questo caso borghese, figlia d’un pastore protestante, la scrittrice inglese Jane Austen (1775-1817, per alcuni decenni contemporanea del Belli), mi perdonerà se uso un suo ritratto come immagine tipica della zitella stagionata. 2. Zitella laziale con l’abito della festa ai tempi del Belli. 3. Zitella giovane (ritratto di Jane Austen, da me modif. a sanguigna). 4. Venditrice sulla pubblica via, come la “peracottara” che aveva attizzato il desiderio dell’io narrante del sonetto del Belli (dis. di B. Pinelli).

2 commenti:

Mary the Red ha detto...

Nico, adesso mi deludi: ma che ti abbiamo fatto noi zitelle?

Nico Valerio ha detto...

Niente. Appunto. Ma poi io che c'entro? Prenditela col Belli...:-)

 
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