3 novembre 2013

Non c’è più religione: anche lo Stato del Papa ricorda il Belli.

Moneta 5 euro 150.o scomparsa GG Belli Zecca Italia,dritto 2013IL 150° ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA (21 DICEMBRE 1863).

Se è vero che il Belli patì i guai suoi più da vivo che da morto, è ancor più vero che le sue “fortune” le sta godendo, poveretto, più da morto che da vivo. Del resto, tranne Victor Hugo che ebbe in vita perfino una strada col suo nome (e immaginiamo che dovesse sentirsi più morto che vivo quando vi passeggiava), tutti i Grandi sono “postumi”, cioè riconosciuti grandi dopo la morte. E il Belli parecchi decenni dopo la morte. Ma come, in Italia non bastava morire per diventare qualcuno? Come un tempo in Unione Sovietica e oggi nella Chiesa. Nel primo caso il dittatore di turno faceva celebrare come “eroe della Rivoluzione” i suoi predecessori. Nel secondo caso i Papi di oggi stanno prendendo il vizio di fare Beati e Santi, spesso a furor di popolo (v. il famigerato grido “Santo sùbito”), quasi tutti i loro colleghi trapassati. Cose che neanche sotto i Borgia...

Visto, dunque, che in Italia diventa un Grande, una volta nella tomba, qualunque personaggio appena noto, quando ormai sigillato nella bara e oppresso da tonnellate di marmo è finalmente in condizioni di non nuocere e quindi non dà più fastidio ai concorrenti, agli invidiosi o al Potere, figuriamoci se non meritava onoranze, e coi fiocchi, il grande Giuseppe Gioachino Belli, unico, vero cantore del popolo di Roma, i cui bozzetti di carattere e d’ambiente restano tuttora ineguagliati, e ridicolizzano perfino nella lingua e nella tecnica del verso i suoi inadeguati e tardi epigoni Trilussa e Pascarella, che hanno grazie al finto romanesco all’acqua di rose molti più lettori.

L’ITALIA UNA MONETA, IL VATICANO UN FRANCOBOLLO.

Perciò, anche se siamo abituati ai 100 e 200 anni, e le mezze misure dei 50 e 150 anni ci emozionano poco, siamo lieti che lo Stato italiano si sia ricordato del 150.o anniversario della scomparsa del Belli, tanto da organizzare un “Anno belliano”. E’ noto che nelle ricorrenze i burocrati della cultura, incerti se essere intellettuali critici o impiegati dell’Anagrafe, indugiano morbosamente sulle date come vecchie zie di provincia, e anzi ricordano morbosamente più il momento della morte che quello della nascita, sorvolando magari sull’intera lunga vita – peggio se imbarazzante, drammatica e contraddittoria – come fu quella del Belli.

Fatto sta che la cosa più preziosa di questo “ricordo” statale è stata una moneta celebrativa d’argento (valore facciale 5 euro; venduto dalla Zecca di Stato a 43,50 euro, spedizione esclusa), formalmente a corso legale ma in realtà per collezionisti numismatici e investitori, che ha un dritto bello ma un rovescio brutto e irriconoscibile (v. sotto): un pezzo del tempio di Vesta con un campanile sullo sfondo. Risultato: primo premio del peggior panorama di Roma d’ogni tempo! E poi, perché “G. Gioachino Belli” anziché G. G. Belli, o al limite Giuseppe G. Belli, cioè mettere in risalto il secondo nome, quando lui stesso firmava per scherzo i primi sonetti “Peppe er tosto”? Insipienza di burocrati ed “esperti”. In più, è stata organizzata una serie di Convegni.

Il Vaticano, invece, sorprendendo quasi tutti, soprattutto i conoscitori superficiali dei Sonetti, ha stampato un francobollo, ovviamente brutto (famigerata è ormai l’estetica della Chiesa oggi) e con un valore inesistente tra le tariffe postali (1 euro). Come a dire: vabbe’, il dovere nostro lo abbiamo fatto, ma ‘sto francobollo non lo vogliamo vedere mai sulle buste della Posta vera, reale: resti un valore virtuale, nascosto nelle raccolte segrete dei collezionisti filatelici.

Poste Vaticane 150.o scomparsa GG Belli francobollo 2013 IL VATICANO SCEGLIE IL SONETTO SUL GIUDIZIO UNIVERSALE.

Come è stato presentato ai filatelici? Un foglietto di sei francobolli da 1 euro, reso più elegante dalla stampa in corsivo, al centro della composizione, d’un sonetto. Immaginiamo il dramma dei funzionari delle poste: quale scegliere tra i tanti, molti dei quali di argomento “religioso” o “ecclesiastico”, sì, ma fortemente critici e satirici? Probabilmente dopo aver sentito – vista la delicatezza del caso – il cardinale Governatore e forse anche qualche prelato esperto “belliano” (ce ne sono, ce ne sono), hanno optato per Er giorno der Giudizzio, un sonetto di argomento biblico tra i più innocui, dal sapore caricaturalmente michelangiolesco, ma sconclusionato e comico come un tema di bambini alle elementari. Certo, complimenti all’autoironia dei prelati del Vaticano, ma si sa che loro, come diceva il perfido matematico Odifreddi, alle interpretazioni infantili delle Sacre Scritture sono abituati. Non è forse la religione, e quella cristiana con dichiarata consapevolezza, tanto più se cattolica, una narrazione fantasiosa adatta a coloro che non usano il senso critico, cioè per dirla col migliore eufemismo possibile, i “semplici di spirito”?

ER GIORNO DER GIUDIZZIO

Cuattro angioloni co le tromme in bocca
Se metteranno uno pe cantone
A ssonà: poi co ttanto de voscione
Cominceranno a ddì: ffora a cchi ttocca.
Allora vierà ssù una filastrocca
De schertri da la terra a ppecorone,
Pe rripijjà ffigura de perzone
Come purcini attorno de la bbiocca.
E sta bbiocca sarà ddio bbenedetto,
Che ne farà du' parte, bbianca, e nnera:
Una pe annà in cantina, una sur tetto.
All'urtimo usscirà 'na sonajjera
D'angioli, e, ccome si ss'annassi a lletto,
Smorzeranno li lumi, e bbona sera.

25 novembre 1831

Versione. Il giorno del Giudizio [Universale]. Quattro angioloni con le trombe in bocca si metteranno uno per cantone a suonare; poi con tanto di vocione cominceranno a dire: Fuori a chi tocca. Allora verrà fuori dalla terra una fila di scheletri a pecoroni [“camminando, cioè, con mani e piedi”, spiega il Belli in nota] per riprendere l’aspetto di persone, come pulcini attorno alla chioccia. E questa chioccia sarà Dio benedetto, che ne farà due parti, bianca e nera. Una per andare in cantina, una sul tetto. Alla fine uscirà un formicaio [è il Belli stesso che suggerisce la traduzione, anche se non ci convince] d’angeli e, come se si andasse a dormire, spegneranno i lumi e buona notte! 

Foglietto Poste Vaticane 150.o scomparsa GG Belli (2013) MORI’ CON LO SCALDINO IN MANO.

L’anniversario del 150.o della scomparsa cade pochi giorni prima di Natale. Il Belli, freddoloso com’era, neanche a farlo apposta morì in pieno inverno, nel gelo del 21 dicembre 1863, alle ore 20 e 30, simbolicamente con uno scaldino in mano, per un colpo apoplettico – come riferì il figlio – a quanto si legge nel bellissimo e introvabile libro di S. Rebecchini, ingegnere-umanista e già sindaco di Roma, Giuseppe Gioachino Belli e le sue dimore (Palombi ed. 1987), ristampa rara e numerata di quella del 1970, di cui l’editore ha voluto farci dono della copia n.177.

ANNO “BELLIANO”? MA IL BELLI, ANCHE PER COLPA DEI “BELLIANI”, E’ ANCORA UN ILLUSTRE SCONOSCIUTO.

Fatto sta che l’anniversario è stata una sorpresa innanzitutto per i “belliani”. E’ stato accompagnato da un mediocre e clandestino “Anno belliano” di Convegni, noto solo ai pochissimi che lo hanno organizzato, ai relatori, e ai funzionari che per lavoro ricevono i comunicati ufficiali. L’iniziativa di Marcello Teodonio, a cui, certo, siamo grati per l’inserimento, anni fa, del Belli e della letteratura romanesca nei programmi dell’Università di Roma Tor Vergata, e per l’acquisizione filologica del testo originale dei Sonetti, che ora una redazione specializzata in informatica ha riversato su internet, non ha purtroppo avuto successo, cioè risonanza sulla stampa e presenza popolare, sia perché egli stesso appare inadatto alla divulgazione, mantenendosi volutamente lontano da internet (basta dire che non siamo neanche riusciti a trovare il suo indirizzo email per fargli conoscere il presente sito!), sia perché anche gli altri organizzatori degli eventi belliani non sono all’altezza del compito o non vogliono comunicare al largo pubblico. Insomma, come sempre in Italia: sono gli “specialisti” o gli accademici, in questo caso i “belliani”, i primi responsabili dell’incultura del pubblico. Perciò, se questi sono gli “amici” del Belli, figuriamoci i nemici!

Infatti, perdura, fino a essere ormai cronica, l’ignoranza dei Sonetti, l’unica opera geniale del Belli di cui valga occuparsi, in Università, accademie, associazioni culturali, scuole, giornali, televisione, internet e perfino in singoli “uomini di cultura” della stessa Roma. Non meravigliamoci, perciò, se non a Torino o a Trento, ma proprio a Roma, l’uomo della strada o non li conosce affatto, ricordando semmai in alternativa qualche facile banalità di Trilussa o Pascarella, oppure, quando li ricorda, li orecchia in modo superficiale, impreciso, volgare, equivoco, puramente salace e sottoculturale. E, da parte loro, gli intellettuali e studiosi belliani, a forza di scoprire “altri aspetti” o “angoli nascosti” nella vita e nella caotica produzione belliana, come se gli sembrasse banale e ovvio continuare a riferirsi ai Sonetti, ormai finiscono per darli per scontati, risaputi, e perciò ne parlano poco. Basta vedere il brutto sito della Associazione belliana.

Risaputi un corno! Benché bisognosi di revisioni e correzioni che l’autore non ebbe mai il tempo e la volontà di fare, i Sonetti sono, a nostro parere, l’unica cosa valida del Belli. Ebbene, nessuno li divulga correttamente, con la grafia giusta, e soprattutto li spiega, traduce, analizza, commenta, critica e inquadra nel loro tempo, usando un buon italiano, tantomeno li riferisce all’oggi per le eventuali coincidenze d’attualità. I Sonetti sono difficili, spesso molto difficili e di non chiara interpretazione, e con titoli quasi sempre fuorvianti. Non possono, quindi, essere soltanto pubblicati e basta, senza analisi e commento, spesso anche in modo scorretto, come fanno praticamente tutti i siti di internet. Perciò siamo stati costretti ad aprire questo sito-blog.

SORPRESA: L’ANTIPAPALINO CELEBRATO DALLO STATO DEL PAPA.

Ma l’anniversario ha avuto almeno il merito di mettere per la prima volta d’accordo lo Stato italiano e quello della Città del Vaticano. E già, quando gli “eroi postumi” sono indigesti, in Italia devono fare i conti anche con una Nemesi crudele, quella dell’ottusità della burocrazia o dei bozzetti mediocri che dovrebbero celebrarli. Così il Caso si vendica non facendo sapere quel poco che accade, contando anche sull’ignoranza dei giornalisti e del pubblico, e soprattutto facendolo eseguire male.

Moneta 5 euro 150.o scomparsa GG Belli Zecca Italia, rovescio 2013Ha sorpreso tutti i giornalisti che la Chiesa, attraverso il suo braccio secolare, lo Stato della Città del Vaticano, abbia finalmente celebrato l’autore dei sonetti più virulenti contro  Papi, Curia romana, cardinali, vescovi, monsignori, parroci, preti, monaci, e la Chiesa stessa, autore che in qualche sonetto fa satira troppo acidula perfino sulla religione, però ipocritamente, sempre facendo parlare il popolo plebeo. Ecco, per esempio, quello che il tipico popolano del Belli pensa dei Papi in genere (e si potrebbero trovare versi ancora più duri): Er Papa, 26 novembre 1831, incipit:

Iddio nun vô cch’er Papa pijji mojje
pe nnun mette a sto monno antri papetti:
sinnò a li Cardinali, poverelli,
je resterebbe un cazzo da riccojje.

Versione. Iddio non vuole che il Papa prenda moglie, per non mettere al mondo altri papetti. Se no, ai Cardinali, poverelli, non gli resterebbe nulla da raccogliere.

E un Papa vale l’altro, tanto si sa, pensa il Belli-popolano, in fondo è solo un politico (L’upertura der Concrave, 2 febbraio 1831):

Bbe’? cche Ppapa averemo? È ccosa chiara:
o ppiù o mmeno la solita-canzona.
Chi vvôi che ssia? quarc’antra faccia amara.
Compare mio, Dio sce la manni1 bbona.
Comincerà ccor fà aridà li peggni,
cor rivôtà le carcere de ladri,
cor manovrà li soliti congeggni.
Eppoi, doppo tre o cquattro sittimane,
sur fà de tutti l’antri Santi-Padri,
diventerà, Ddio me perdoni, un cane.

Versione. Be’, che Papa avremo [dopo il Conclave]? E’ chiaro: più o meno la solita canzone. Chi vuoi che sia? Qualche altra faccia amara. Compare mio, Dio ce la mandi buona. Comincerà col restituire i pegni [del Monte di Pietà], collo svuotare di nuovo le carceri dei ladri, col manovrare i soliti congegni [del consenso popolare, della demagogia]. E poi, dopo tre o quattro settimane, come hanno fatto tutti gli altri Santi Padri, diventerà, Dio mi perdoni, un cane.

E altro che “Belli liberale”. Se il Papa è debole, senza idee né azione, insomma visibilmente inadatto al ruolo, come Gregorio XVI, nel Momoriale ar Papa (4 febbraio 1832), il Belli lo incita a essere più duro e autoritario, a usare l’arma della scomunica contro i furbi e prepotenti, fossero pure aristocratici e cardinali. Stavolta una posizione “di Destra”, diremmo oggi:

MOMORIALE AR PAPA
Papa Grigorio, nun fà ppiù er cazzaccio:
Svejjete da dormì Ppapa portrone.
San Pavolo t'ha ddato lo spadone,
E ssan Pietro du' chiave e un catenaccio?
Duncue, a tté, ffoco ar pezzo, arza cuer braccio
Su ttutte ste settacce bbuggiarone:
Di' lo scongiuro tuo, fajje er croscione,
Serreje er paradiso a ccatenaccio.
Mostra li denti, caccia fora l'oggne,
Sfodera una scommunica papale
Da fàlli inverminì ccom'e ccaroggne.
Scommunica, per cristo e la madonna!
E ttremeranno tutti tal e cquale
Ch'er palazzo der prencipe Colonna.
4 febbraio 1832

Versione. Il memoriale al Papa. Papa Gregorio, non fare più il buono a nulla: svegliati, Papa poltrone. San Paolo t’ha dato lo spadone e San Pietro due chiavi e il catenaccio? Dunque, a te, dà fuoco al cannone, alza quel braccio contro tutte queste brutte sètte del cavolo: dì il tuo scongiuro, fagli il segno della croce, chiudigli il paradiso a catenaccio. Mostra i denti, tira fuori le unghie, sfodera una scomunica papale da farli ricoprire di vermi come carogne. Scomunica, per Cristo e la Madonna! E tremeranno tutti, come il palazzo del principe Colonna [che tremava, secondo il popolino, a ogni scomunica papale.

SBAGLIANO I GIORNALISTI A GRIDARE ALLO SCANDALO.

Non c’è teologo che non potrebbe sottoscrivere questi e infiniti altri versi di denuncia contro la religione che diventa politica, demagogia, gusto per il potere, avidità di beni e corruzione, ma anche mollezza e pigrizia, anche e soprattutto nelle alte sfere della Chiesa. Perciò i commentatori sbagliano, mostrando incultura, superficialità davvero grossolana, e soprattutto una madornale incapacità di distinguere in modo critico concetti, idee e psicologia del Belli. Insomma, sapevamo che il Belli è poco letto, ma non credevamo che perfino i lettori del Belli equivocassero sul significato e il senso di molti Sonetti, scambiando magari anticlericalismo e critica moralistica di costume per agnosticismo. Noi che conosciamo un pochino il Belli, invece, non ci siamo meravigliati più di tanto. E la Chiesa, una volta tanto, ha ragione: ha fatto benissimo a celebrare il suo Dr. Jekyll-Mr Hyde, l’oscuro impiegato di giorno baciapile e di notte verseggiatore sferzante e diabolico.

MA LA CHIESA OGGI E’ D’ACCORDO CON LA CRITICA MORALISTICA DEL BELLI.

A leggere e interpretare correttamente i Sonetti, anche i più anticlericali e anti-ecclesiastici, si scopre che il pessimista Belli, che mette sempre in bocca al popolino il proprio pensiero, potrebbe essere considerato o un cattolico fondamentalista vecchio stile o un moderno moralista ecclesiale, un giansenista si sarebbe detto nell’800, in qualche caso addirittura un cristiano protestante. Più che anti-cattolico, anti-cristiano, o tanto meno ateo. Vero è, però, che il pessimismo dei suoi personaggi spesso sembra tendere a negare la verità stessa della religione. Infatti il Samonà propende per un dissidio tra ragione e religione che nel Belli sfocia alle volte in una sorta di negatività quasi materialistica, fino a punte di vera e propria miscredenza. Insomma questo aspetto del Belli appare contraddittorio e non facile da studiare.

Certo, sarebbe stato scomunicato e i suoi Sonetti sarebbero stati messi all’Indice, se fossero stati integralmente pubblicati sotto papa Pio IX. Ma perché la Chiesa dell’800 – tentano di spiegare oggi i cattolici – era ancora fondata sul braccio secolare, autoritario e armato, e non poteva ammettere il dissenso o il dubbio. Infatti, per i grandi cattolici liberali che fecero il Risorgimento, a partire dal romano Massimo d’Azeglio, la perdita del Potere temporale avrebbe giovato alla stessa religione cattolica riportandola a una dimensione più spirituale, oltre che alla libertà delle coscienze. Era questa anche l’idea di papa Montini, Paolo IV, che elogiava Porta Pia. E nei Sonetti il Belli, o da destra o da sinistra, è sempre contro il potere temporale dei Papi.

Del resto, pur nella satira più sferzante, non attacca mai la figura di Gesù in quanto tale o i fondamenti della fede cristiana (salvo descriverli in modo scanzonato e ironico, insieme con gli altri personaggi del Vecchio e Nuovo Testamento), ma le degenerazioni, l’incoerenza e i vizi dei cattolici in carne e ossa, con o senza l’abito talare. Ecco perché mette alla berlina preti, monaci, vescovi e papi che hanno tralignato, tradito, ingannato sia il popolo sia la stessa Chiesa (intesa come religione), quando questa proclama – se è in buona fede – il messaggio di Dio.

G.G.Belli, in fondo, visto in modo intelligente e paradossalmente laico da Oltre-Tevere, non ha fatto altro che puntare l’occhio sulla contraddizione aspra tra teoria e realtà nella Chiesa (Curia, sacerdoti e fedeli), tra missione originaria affermata e condizione effettiva, tra povertà asserita e ricchezza praticata, tra altruismo predicato ed egoismo concreto, tra bontà auspicata e cattiveria manifestata, tra buone pratiche e superstizione, tra semplicità ostentata (la rinuncia al mondo dai sacri Testi) e il formalismo, la pompa e le cerimonie dell’apparato della Chiesa. Sono proprio gli argomenti di qualsiasi buon parroco. E non da oggi.

Temi sui quali, a parole, tutti i “veri” o i “nuovi” cattolici erano e sono d’accordo, salvo poi non trarre le conclusioni da un fallimento durato due millenni. Un tempo, forse, erano cose da protestanti, ma oggi no. Perfino il mensile cattolico 30 Giorni (sottotitolo eloquente: Nella Chiesa e nel Mondo), diretto dal cattolicissimo Giulio Andreotti, commentò favorevolmente a firma di S. Ravaglioli i quattro sonetti satirici del Belli in occasione del Giubileo straordinario del 1832. L’autrice, che si capisce essere una buona conoscitrice del poeta romano, sottoscrive pienamente fino a usarla come titolo l’efficace conclusione del III sonetto della serie di quattro: “un Giubbileo ppe ttanti ladri è ppoco”.

MONTINI: IL FUMO DI SATANA. FRANCESCO: NO AL DENARO E SI’ ALLA COERENZA.

Dice: va be’, ma “in alto loco”? Lo stesso, anzi, meglio. Non solo l’ultimo papa, Francesco, ma perfino i suoi predecessori, soprattutto Benedetto XVI e Paolo VI hanno preso posizioni che qualcuno potrebbe definire “belliane”. Papa Montini addirittura scandalizzò qualche vecchio prelato di Curia (e ancor più i giornalisti) denunciando chiaro e tondo: «Attraverso qualche fessura, il fumo di Satana è entrato nella Chiesa» (29 giugno 1972). Cose simili ha detto e ridetto con parole di fuoco papa Ratzinger, contro i preti pedofili e non solo. E non parliamo di papa Francesco! Non solo contro l’accumulazione e ostentazione della ricchezza da parte dei religiosi, ma sull’esistenza stessa di una banca vaticana (a proposito, era stato proprio Pio IX, uno dei papi del Belli, a creare lo IOR), e perfino contro – udite, udite – l’ossessione del proselitismo, da sempre una costante della Chiesa, e la poca coerenza morale dei cristiani, clero e laici. E così via. Insomma, altro che Belli: sembra di sentir parlare un pastore protestante.

E allora, dov’è lo scandalo, signori commentatori e giornalisti laici che andate scrivendo che questo francobollo vaticano sul Belli è “rivoluzionario”? Semplice: scrivete così perché siete ignoranti della materia. Belli è sfaccettato e difficile, va letto, riletto e interpretato, anche perché usa una lingua complessa, e non basta conoscere due o tre sonetti scorrendo distrattamente gli altri titoli.

Non solo il Belli, dunque (se avesse fatto pubblicare i Sonetti in vita), ma se fossero stati semplici preti o vescovi, anche i gli stessi Papi che abbiamo detto avrebbero passato i guai loro a dire quelle cose alcuni secoli o decenni fa, perfino ai tempi di Gregorio XVI, Pio IX e Pio XII. Sarebbero stati scomunicati e ridotti allo stato laicale, come pochi anni fa toccò al domenicano Dom Franzoni, reo di aver detto e scritto cose simili a quelle del Belli, di papa Paolo e di papa Francesco.

IL VERO SCANDALO, PIUTTOSTO: DIVULGATORI INADEGUATI E SONETTI DIMENTICATI.

Quindi, nessuno scandalo ideologico. Semmai di deficit culturale. «In un Paese dove “s'incavajjèra mó cqualunque vizzio” (Li cavajjeri), non si è trovato un onorevole ministro né uno straccio di burocrate che abbia avuto il senno di celebrare l'anniversario della morte di Belli, genio incontrastato e universale, di cui ancor oggi si traduce in tutto il mondo la sublime invenzione, il sarcasmo e l'ironia», ha scritto in un’accorata lettera alla redazione romana del Corriere della Sera il poeta romano Lucio Mariani, cultore del Belli. A cui il cronista P. Conti ha risposto in modo evasivo evitando accuratamente di prendere posizione e di condividere la minima critica. Tipico della stampa italiana.

Un neo organizzativo e comunicativo, ripetiamo dopo averlo accennato sopra, e quindi anche culturale. E’ che un francobollo e una moneta, e perfino una serie di Convegni – dai temi un po’ troppo laterali ed eccentrici, però, rispetto ai Sonetti belliani – vista l’assoluta mancanza di pubblicità e di partecipazione popolare, non servono a nulla e a nessuno, e che niente si fa in pratica per diffondere tra i giovani, perfino a Roma, la lettura e l’esegesi critica dei Sonetti belliani. Anzi, sul testo vero e proprio dei Sonetti, neanche ci sono più gli studiosi che se ne occupano in modo critico, magari mettendo a disposizione del pubblico informatico quello che studiano. Addirittura dal testo “definitivo” a cura di Teodonio, riportato su Wikisource, sono state espunte le note aggiuntive del Vigolo, che almeno servivano a riempire sul web qualcuna delle numerose mancanze esplicative ai lemmi più oscuri, costringendoci così a fare spesso ricorso all’insostituibile opera del Vigolo, che risale al 1952, e ad altre opere cartacee.

Il Belli, insomma, tra tanti siti internet sottoculturali, volgari e di basso livello che si limitano a copiare – pure malamente – alcuni suoi sonetti senza tradurli, spiegarli e commentarli (anche perché così i loro autori rivelerebbero la loro bassa cultura, cioè di averli capiti poco o nulla), è ancora sconosciuto in Internet – che ormai è la Biblioteca d’Alessandria dei nostri tempi – come fenomeno culturale, e con un minimo di apparato interpretativo. I Sonetti del Belli, ripetiamo, per essere divulgati non possono essere copiati e incollati da qualunque becero, né fatti leggere da un attore qualsiasi, quasi sempre con pessima pronuncia e spelling incomprensibile, ma vanno sempre trascritti con la grafia corretta e “accettata”, tradotti, inquadrati, spiegati verso per verso e complessivamente, e infine commentati. Un lavorone. Quello che, seppure con pigrizia, fa il presente sito. Insomma, i Sonetti non solo sono cultura, ma pretendono anche molta cultura. Hanno come oggetto il volgo, è vero, ma vogliono fior d’intellettuali muniti di competenze plurime per essere capiti e divulgati. Passi per il largo pubblico, ma è grave che burocrati della Cultura e appassionati del Belli non lo capiscano. Questo, sì, il vero scandalo.

AGGIORNATO IL 10 APRILE 2014

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