2 agosto 2017

Vaccino e Chiesa: peggio il Papa, il prete, il teologo o il popolano?

Com’è possibile che G.G. Belli che, per quanto cattolico tradizionalista e impiegato in Vaticano, leggeva riviste di cultura italiane e straniere, soprattutto francesi, anche illuministe; che si dava tono di uomo aggiornato e moderno; che amava la vita e la mentalità di Milano, tanto da desiderarla addirittura come città ideale in cui vivere, (1) fosse poi contrario all’inoculazione del vaiolo a scopo preventivo, l’unico modo per salvare milioni di vite umane e stroncare la terribile epidemia? È quello che sembrerebbe, se leggiamo senza immaginare almeno una possibile ironia da parte del Belli, magari così sottile da sconfinare nell’ambiguità opportunistica, il sonetto Er linnesto, in cui l’autore parla, più che da popolano, da tipico piccolo borghese o piuttosto da monsignore reazionario e misoneista, più papalino del Papa. È del 1834:

ER LINNESTO

Sia bbenedetto li Papa Leoni,
e ssin che cce ne sò, Ddio li conzoli;
c’ha llibberato li nostri fijjoli
da st’innoccolerie de vormijjoni.
Vedi che bell’idee da framasoni
d’attaccajje pe fforza li vaglioli
pe ffajje arisvejjà ll’infantijjoli
e stroppiàcceli poi, come scroppioni!
Iddio scià mmessa la Madre Natura
su st’affari, coll’obbrigo prisciso
de mannà cchi jje pare in zepportura.
Guarda mó, ccazzo!, pe ssarvajje er viso
da du’ tarme, se leva a una cratura
la sorte d’arrobbasse er paradiso.

21 aprile 1834

Versione. L'inoculazione (del vaiolo). Sia benedetto papa Leone, e fin che ce n’è Dio li consoli: ha liberato i nostri figli da queste inoculazioni dei virus. Vedi che bell’idea da massoni, attaccargli per forza il vaiolo per far loro risvegliare le convulsioni e storpiarceli poi come scorpioni! Dio ha affidato a Madre Natura queste cose, con l’obbligo preciso di mandare chi vuole al cimitero. E guarda oggi, invece! Per salvargli il viso da due cicatrici si toglie a una creatura la fortuna di guadagnarsi il Paradiso.

Niente di meno: bambini a cui i medici impedirebbero di morire di vaiolo e perciò, innocenti come sono, di andare in Paradiso! Solo la mente malata di preti ottusi o teologi fanatici, che non sono mancati nella Chiesa Cattolica, come oggi nell'Islam, potrebbe concepire un ragionamento del genere. Ma detto dal Belli che cos'è? Cinismo senza pari o satira crudelissima? O un po’ dell’uno e dell’altra? Certo, il Belli, impiegato in Vaticano, orecchiava battute e bisbigli malevoli di bibliotecari e monsignori, che riutilizzava a piacimento ora qua ora là. Ma la doppiezza del Belli ci ha abituato a tutto, e perciò bisogna sospendere il giudizio, ragionare e calarsi nel suo tempo e in quelli immediatamente precedenti.
       L’inoculazione del vaiolo, allora umano, a dosi ridottissime, per prevenire una malattia devastante, è patrocinata da grandi intellettuali milanesi di prestigio, tra i quali il Beccaria, il Verri, che la definisce “pratica vantaggiosissima” (2), e il “collega” poeta satirico Parini, insieme cattolicissimo (abate) e illuminista, che nella prolissa e illeggibile ode L’innesto (1765) critica il fatalismo e la mancanza di prevenzione di chi ritiene questo e ogni male ineluttabile: «Oh, debil arte, oh mal secura scorta / che il mal attendi e no’l previeni accorta».
      Ma il vaccino è voluto perfino dal Capo della Chiesa in persona, Prospero Lambertini, l’illuminista e riformatore papa Benedetto XIV, che ha tutto il tempo – morirà nel 1758 – di prender parte con posizione favorevole ma prudente alla grande disputa sull’inoculazione che proprio in quegli anni infiamma l’Europa e soprattutto l’Italia. Sul tema personalmente segue il suo teologo di fiducia, il grande illuminista cattolico Ludovico Antonio Muratori. Ma i tempi – dice – non sono ancora maturi, e per far accettare questo “preservativo” bisognerà aspettare più d’un papa. I papi sono gli ultimi a dover innovare in queste cose. «Se io fossi imperatore o re – scrive Benedetto XIV al medico Bianchi, capofila dei cattolici anti-vaccino – l’inoculazione, in vista de’ vantaggi che vi scorgo, sarebbe ormai ammessa ne’ miei Stati. Ma non voglio scandolezzare li timidi e li deboli». Tipica impostazione illuministica.
      E allora, che pretende, quasi un secolo dopo, quel popolano ottuso o piccolo borghese oscurantista che si cela dietro la satira del Belli? Perché essere più papalini del Papa?
      Certo, la Chiesa è divisa e incerta. I Gesuiti, sempre attenti alla scienza, recensiscono con favore la relazione dell'italiano Jacopo Pilarino, il primo medico al Mondo che pratica (1701), studia e pubblica (1715) in una relazione scientifica il metodo dell'inoculazione (v. oltre), e immediatamente, proprio nel 1715 cominciano a sperimentarla sugli indigeni delle loro missioni in America del Sud. Anzi, poiché l'innesto del vaiolo viene dall’Oriente, fanno dell’ironia sui cattolici anti-innesto: «Sembra quasi che temano che col vaiolo sia inoculato anche l’islamismo!». Ma quando Voltaire (L’inoculazione del vaiolo, in Lettere filosofiche, 1734) loda l’innesto come cosa “inglese”, anche se stravede per papa Benedetto XIV, si fanno più prudenti. Ai fatalisti cristiani della predestinazione gli scienziati obiettano, come il filo-inoculista C.de la Condamine: «Ma si potrebbe rispondere anche che chi è inoculato era predestinato alla inoculazione!» (1754). I Gesuiti approvano, ma poi si ritirano dal dibattito: troppo spinoso.
      Voltaire denuncia l’oscurantismo del clero e di una parte dei medici. Perché lo Stato – lamenta – aspetta il loro beneplacito? Non è forse chiaro ormai che l’esperienza inglese è positiva? ("inglese", per la propaganda iniziata a Londra da lady Montagu, moglie dell'ambasciatore inglese a Costantinopoli, convinta dal metodo del medico italiano Pilarino). E Voltaire crede di sapere perché i preti sono contro l’inoculazione: per pregiudizi teologici senza senso, e perché è una pratica che proviene dagli “infedeli”, come sosteneva il cappellano di lady Montagu (che però - aggiungiamo noi - non era riuscito a impedire l’inoculazione del di lei figlio da parte del dottor Pilarino!). Iinsomma, una pratica non cristiana che “può avere successo solo tra gli islamici”.
      È contraria buona parte del clero e del popolo, perfino in Francia, che è più razionalista e laicista dell’Italia. L’abate Jacquin in una Lettera sull’inoculazione si dice del tutto contrario non solo all’innesto, ma anche a qualsiasi forma di prevenzione della malattia. Il cancelliere Ètienne-Dénis Pasquier denuncia: preti e popolo devoto sono convinti addirittura che “somministrare a un essere umano una malattia che forse non gli verrebbe naturalmente, significa tentare Dio”. Una nuova forma di superstizione, insomma. I parroci bretoni riuniti in assemblea parlano di “crimine contro la legge divina”. Anche medici cattolici, come Philippe Hecquet che nelle Ragioni per dubitare dell’inoculazione (1722) sostiene che è una pratica riprovevole, contraria al potere divino, che non ha nulla di medico e somiglia alla magia.
      Ma il vescovo anglicano di Worcester nel 1752 si dichiara favorevole all'innesto, suscitando scalpore. Nella stessa Roma cattolica e papalina non solo alcuni medici sono favorevoli (1754), ma il teologo agostiniano Gian Lorenzo Berti nel 1762, con altri due dotti teologi toscani, Francesco R.Adami e Gaetano Veraci, pubblica a Milano l’opuscolo Tre consulti, un importante documento etico in difesa dell'inoculazione. Anzi, perfino i reazionari preti ortodossi in Grecia, riferisce lady Montagu, “cristianizzano” l’innesto dando alla disordinata serie di punture sulla pelle la forma di una croce.
      L’intera Chiesa in sostanza, divisa tra i no e i sì accesi, sembra sospendere il giudizio, restare in attesa dell’evoluzione scientifica per tutto il secolo XVIII. Il che è una grande novità: sembra quasi che si appresti a riconoscere per la prima volta libertà di dibattito e una certa autonomia della ricerca scientifica. (3)
      Ma intanto siamo ormai in pieno Ottocento, e mentre il Belli copre con un velo indecifrabile il proprio vero pensiero per mettere d’accordo la propria natura irrispettosa e i monsignori di Curia che gli danno lo stipendio, alcuni medici filantropi, in quella Lombardia ch’egli tanto ammira, già da decenni si sforzano di convincere all’inoculazione preventiva il popolo ignorante e diffidente messo in guardia da preti e medici all’antica.
      E ora, nell'Ottocento, a differenza dei tempi di papa Lambertini, i medici aggiornati usano il nuovo metodo dell’inglese Edoardo Jenner, medico rurale che nel 1796 superando la “variolizzazione”, cioè l’innesto o inoculazione del vaiolo umano preso direttamente dalle pustole dei malati in forma leggera o quasi guariti, aveva dimostrato che era più sicura, facile e riproducibile l’inoculazione del siero infetto d’un virus diverso e meno aggressivo, il vaiolo delle vacche (da cui i neologismi “vaccino” e “vaccinazione”). Ma Jenner arriva quasi un secolo dopo due medici italiani che avevano diffuso in Occidente la variolizzazione già agli anizi del Settecento.
      La variolizzazione, praticata da secoli in Africa e Oriente almeno dal 1000 dC e, chissà, forse nota anche ai nostri Antichi, altro non era che l'immunizzazione dal vaiolo ottenuta aspirando col naso polveri ricavate da croste vaiolose di malati leggeri, o più efficacemente graffiando o pungendo la pelle con pennini sporcati di pustole. E' riportata in auge in Europa da due medici italiani, sudditi di Venezia e laureati a Padova che vivono a Costantinopoli e lavorano anche per l'ambasciata inglese, il medico e giurista Jacopo Pilarino, che effettua la sua prima variolizzazione nel 1701, e il suo allievo Emanuele Timoni. Lady Montagu, consorte dell'ambasciatore li fa conoscere a Londra e quindi all'Europa. E' il Pilarino a pubblicare in latino la prima relazione scientifica sul tema (Nova et tuta variolas excitandi per transplantationem methodus nuper inventa est in usum tracta. Venezia, Hertz, 1715), cioè "Metodo per ottenere nuovi e sicuri vaioli per trapianto”. I due precursori italiani sono per di più passati alla Storia erroneamente come "greci", mentre il metodo - così equivoca anche Voltaire - sarebbe "inglese". Così, nel corso del Settecento in tutta Europa intellettuali, diplomatici e perfino Case regnanti al completo si fanno variolizzare col metodo di Pilarino-Timoni.
      Sangue di animali mischiato a quello degli uomini? Ohibò! “Bestialità” la definiscono alcuni filosofi moralisti laici. Così si va a intaccare la “sacralità” dell’Uomo, lamentano alcuni teologi. Insomma, la diffidenza pretesca, popolare e perfino medica aumenta. In Italia, se ne lamentano il suddito del Papa il medico Tommasini, responsabile per le vaccinazioni a Bologna, e soprattutto il grande medico filantropo Luigi Sacco che a Milano e in tutta la Repubblica Cisalpina dall’anno 1800 al 1810 vaccina di persona e gratuitamente circa 500 mila bambini e adulti (una media di ben 136 al giorno!), oltre a 900 mila vaccinati dai suoi collaboratori, nella più massiccia campagna di vaccinazione mai effettuata in Europa (4).
      E il numero dei vaiolosi a Milano e in Emilia, per la prima volta nella Storia crolla. Del resto l’eradicazione completa, mondiale, del vaiolo, portata a termine solo nel 1980, è stata la più grande vittoria della storia della medicina, scrive oggi l’Istituto Superiore di Sanità.
      Così, di fronte all’evidenza di migliaia di vite umane salvate, il vaccino s’impone anche nella Chiesa, anche se non nel basso clero. Del resto, la campagna di vaccinazione anti-vaiolo era iniziata agli inizi dell’Ottocento in modo sperimentale proprio in casa ultra-cattolica. Il poeta Giacomo Leopardi era stato tra i primi a essere vaccinato nelle Marche per iniziativa del padre Monaldo, famoso cattolico reazionario ascoltatissimo a Roma e sindaco ultra-papalino di Recanati, eppure convintissimo propagandista del vaccino, che finì poi per imporre nella propria città e nelle Marche.
      Eppure, il Belli, si è visto, è contrario all’innesto. Anzi, no, si vergogna di apparire passatista e perciò si nasconde dietro la satira attribuendo i propri irriferibili preconcetti a un popolano anonimo. Anzi, no, in realtà prende in giro a suon di paroloni e frasi fatte il classico monsignore anziano della favoletta. Non si sa. Ma c’è anche una terza ipotesi, per noi molto più fondata, che ha a che fare con la psicologia, con la figura del nuovo papa Leone e con gli equilibri politici della Chiesa scaturiti da un Conclave drammatico.
      Nel Conclave del 1823 al Quirinale il favorito card.Severoli del partito degli “zelanti”, rigoristi intransigenti fautori di una restaurazione religiosa della società e della riaffermazione identitaria della Chiesa dopo il “turbine laicista napoleonico”, arriva a soli sette voti dall’elezione; ma è bloccato dal colpo di scena del veto (jus exclusivae) dell’Austria. L’altro partito è quello dei “moderati” favorevoli al riformismo del Segretario di Stato di Pio VII card.Consalvi. Il giorno dopo è la Francia a porre il veto a qualsiasi candidato degli "zelanti": si sa che vorrebbe il Somaglia, che si era definito durante l’occupazione napoleonica “cittadino Somaglia”. Un “papa giacobino” allarma tutti, zelanti e moderati. Serve una mediazione. Ed ecco sorgere dal nulla la candidatura del card Annibale della Genga, vecchio, malato e cadente, quindi – pensano tutti – destinato a durare poco. Ripiego che mette tutti d’accordo, in quanto Genga è “zelantissimo”, reazionario e amico di Germania e Austria, ma è eletto papa come male minore con i voti determinanti del Consalvi, dopo che si è dissolta la candidatura del candidato moderato, il Castiglioni. Prende il nome di Leone XII.
      «Avete eletto un cadavere» dirà appena eletto. Molto malandato, fa sperare i cardinali in una rapida dipartita; ma poi una volta Papa rifiorisce come per miracolo. Tiene fede, invece, all’aspettativa della corrente intransigente, anti-francese e anti-liberale che voleva una radicale restaurazione dei valori religiosi e spirituali nel già bigotto Stato della Chiesa, a suo dire troppo secolarizzato.
      Ed è realmente uno dei Papi più moralisti e intolleranti della Storia moderna, capace in soli sei anni di pontificato, dal 1823 al 1829, di arrecare tanti mali alla libertà e dignità degli uomini, e forse anche alla stessa Chiesa, imponendo con spietatezza il rigore della religione e di una morale cattolica ortodossa con la stessa forza che i sudditi romani gli avevano visto esercitare come terribile Cardinal Vicario dal 1820.
      «Fu un fanatico feroce, il cui scopo era distruggere tutti i miglioramenti dei tempi moderni e sottomettere il popolo agli usi, alle idee e al governo di un’epoca medievale. Nella sua insensata rabbia contro il progresso vietò la vaccinazione. Di conseguenza il vaiolo durante il suo regno devastò le province romane, insieme a molte altre sventure che la sua brutale ignoranza portò agli abitanti di quelle belle e fertili regioni» (NOTA). È il ritratto a forti tinte che fa del Papa suo contemporaneo papa Annibale della Genga, la storica inglese Georgina Sarah Godkin, che conobbe da vicino e apprezzò il Risorgimento italiano.
      Instaura così un vero Stato di Polizia col dominio illimitato e quotidiano di preti, parroci e vescovi; obbligando il popolo – sotto le più gravi pene – a catechismo, messe, precetto, missioni; trasformando Roma in un teatro a cielo aperto di processioni, penitenze, litanie, rosari pubblici, funzioni religiose continue; controllando tutti con lo spionaggio e favorendo la delazione; condannando a morte senza processo sia i criminali sia i liberali, esibendo in pubblico torture, tratti di corda e patibolo, perseguitando e umiliando gli Ebrei della fiorente Comunità romana e costringendone molti a emigrare al Nord. E di altro ancora fu capace, anche di ridicolo. P.es, per rinverdire la sua giovanile passione per la caccia, lui così debole e ascetico, non esitava a scandalizzare i cardinali sparando agli uccelli nei Giardini Vaticani. Tra i popolani restò famoso anche per il suo insensato ordine di chiudere con cancelletti le osterie, “luoghi di perdizione”. Con la conseguenza che i bevitori dovevano acquistare la fojetta di vino attraverso le grate e bere in strada, con uno spettacolo ancor più degradante, analogo a quello che oggi deturpa il Centro turistico di Roma, noto come “triangolo delle bevute” (v. sonetto n.151, “Li cancelletti”, del 1831).
      Ma la colpa che qui ci interessa di più, attribuitagli per prima dalla Godkin e tramandata “tradizionalmente” fino a oggi, è stata quella che Leone XII avrebbe vietato la vaccinazione anti-vaiolosa. Ancora nel gennaio 1986 (quando l’OMS – si badi – è ancora impegnata a vaccinare mezzo Mondo per sconfiggere epidemie virali che mietono milioni di vite umane), una conferenza ad Albany (New York) del prof. D.Maguire che la evoca ancora una volta ha ancora il potere di scandalizzare: «Chiunque si fa vaccinare cessa di essere figlio di Dio», dice il conferenziere riportando presunte “parole di Leone XII. «Il vaiolo è un giudizio di Dio. La vaccinazione è una sfida al Paradiso». Papa della Genga l’avrebbe pronunciata nel 1829, l’anno stesso della sua morte. Ebbene, questa condanna senza appello dei vaccini da parte della Chiesa dopo 150 anni continua ancor oggi a essere citata su giornali e siti internet.
      Eppure, per quante ricerche siano state fatte, sia da studiosi ecclesiastici (5) sia laici, sia difensori della Chiesa, sia nemici acerrimi, mai nulla è stato trovato che si possa attribuire a dichiarazioni scritte o orali di papa Leone in questi termini o analoghi sui vaccini. Del resto l’inesistente non può essere provato: deve esser cura di chi afferma qualcosa provarlo; e mai questo è stato fatto. Tutti gli autori dell’attribuita citazione si citano l’un altro, senza mai arrivare a una fonte certa primaria.
      Così degli innumerevoli testi che attribuiscono a Leone XII il divieto di vaccinazione contro il vaiolo – ha dimostrato il gesuita ricercatore americano DJ.Keefe (6) nessun documento ufficiale o ufficioso, e neanche una qualsivoglia testimonianza di terzi o indiscrezione documentata, riporta tali affermazioni.
      Sia chiaro, vista la sua mentalità integralista, non possiamo escludere in teoria che papa Leone possa aver pensato o perfino pronunciato le parole citate da Maguire nella conferenza, magari in privato, da monsignore o cardinale (come Papa è più improbabile: sarebbe stata indiscrezione troppo ghiotta per chiunque, per tacerla). Ma non risulta da nessun testo. E sì che una personalità così decisa e priva di rispetto umano non avrebbe certo avuto scrupoli per dire chiaramente 'no' all'inoculazione e al vaccino, come non ne aveva avuti per decidere e attuare con piglio decisionista tutti quegli altri provvedimenti da fanatico fondamentalista e anti-liberale di cui ebbe a lamentarsi non solo la storica inglese, ma soprattutto il popolo di Roma, fin da quando il card.Genga era Vicario..
      Quel che è certo, invece, è che papa Leone, pur potendolo fare, non ha detto in pubblico o scritto o fatto nulla di concreto per vietare la vaccinazione, ma si è limitato ad abrogarne - nel 1824 - l'obbligatorietà, probabilmente per le lagnanze già dette di basso clero e popolo (non più dei medici, ormai, da quando l’inoculazione del vaiolo umano era stata sostituita dal più sicuro vaccino), fasce sociali più facilmente succubi delle dicerie sulla sua pericolosità. Vaccinazione che era stata resa obbligatoria nello Stato Pontificio nel giugno 1822, dopo due anni dallo scoppio dell’ennesima epidemia di vaiolo, da papa Pio VII, Barnaba Niccolò Chiaramonti, probabilmente per le pressioni o il parere, ascoltatissimo, l'influente conte Monaldo Leopardi, Gonfaloniere di Recanati e padre del poeta Giacomo.
      Del resto, la Circolare Legatizia di papa Leone XII del 15 settembre 1824 parla chiaro: «Rimane obbligo a Medici e Chirurgi condotti di eseguirla gratuitamente [la vaccinazione antivaiolosa], a quanti vogliano prevalersene, essendo questa la cura ed il preservativo di una malattia alla quale, come a tutte le altre, essi hanno l'obbligo di riparare».
     Anzi - in cauda venenum - c'è una coda nell'ultima frase che se papa Leone fosse stato davvero forsennatamente anti-vaccino non avrebbe certo aggiunto. Perché infatti attribuire ai medici "l'obbligo di riparare" questa malattia data da Dio, come dicevano preti e teologi anti-vaccinisti, riconoscendo pure al vaccino di essere "la cura ed il preservativo", a questo punto unici? Verrebbe quasi da pensare che papa Leone  nel suo provvedimento si sia in realtà barcamenato, abbia come mediato diplomaticamente tra due posizioni presenti nella Chiesa. Ma certo, se l'analisi logica non è un'opinione, l'ultima frase tradisce addirittura una sua posizione favorevole.
      Vero è che, come lamentano il Tommasini (7) e altri medici, questa “libertà di vaccinazione” instaurata da papa Genga porta a trascurare la pratica sanitaria, e questo lassismo generalizzato ha conseguenze epidemiologiche immediate. La successiva epidemia del 1828, solo nella città di Bologna causa 553 morti, e molte altre vittime fa una terza epidemia nel 1835. Quindi le conseguenze negative della Circolare di Leone XII ci sono, è innegabile. Ma non per un “divieto” come dice la leggenda, bensì per il ritorno alla “libertà di vaccinazione”. “Libertà” e non “obbligo”, del resto, che era vigente in molti Stati d’Europa, compreso il Regno di Sardegna, in cui la vaccinazione antivaiolosa diventa obbligatoria solo nel 1859.
      Morto papa Leone XII, le campagne a favore della vaccinazione riprendono anche nello Stato della Chiesa e Pio IX affida al Comune di Roma un vasto programma di vaccinazione di massa. Non solo gratuita, ma anzi - come si legge in un manifesto del 1848 - se i vaccinati tornano otto giorni dopo dal medico che li ha vaccinati mostrando l'esito favorevole, sono "premiati" con ben 2 paoli.
      Quello che conta è la realtà storica. Cioè che le vaccinazioni pubbliche, gratuite, continuarono – solo per chi lo richiedeva, però – come prima, cioè gratis, anche sotto papa Leone. Soltanto, non erano più obbligatorie. E il Belli lo sa, perché lo ammette egli stesso in nota. Quindi il suo sonetto Er linnesto è capzioso e malizioso.
      Due note al sonetto di pugno del Belli ci sono un poco d’aiuto. Nella prima, la tesi che il “vaccino ruba il Paradiso ai bambini” e che effettivamente ruona d’un cinismo senza pari, è attribuita dal Belli in nota a un consulente teologico d’eccellenza del Papa: «Massima favorita della Ch. M. [Chiesa Madre?] del Cardinale Severoli, tenuto da Leone XII per l’oracolo dello Spirito Santo». Qui l’ironia satirica serve a denotare il distacco del Belli da questo personaggio portato in palmo di mano dal pontefice per i motivi già detti legati al Conclave.
      In una seconda e più importante nota, trasandata come un appunto e ambigua (come non solo alcuni versi, ma anche molte prose nel Belli), leggiamo: «Il vajuolo arabo. Si allude all’abolizione fatta da Leone XII dell’istituto di vaccinazione ecc., ed allo scioglimento de’ sudditi della Chiesa dall’obbligo di esibirgli i loro figliuoli». Insomma, nella stessa riga prima si parla di “abolizione della vaccinazione”, poi  malamente, senza un “cioè” o un “in realtà”, ma solo con un’insufficiente “ed” di collegamento, di sudditi esentati dall’obbligo di consegnare i figli ai medici per la vaccinazione. Bisogna ragionare per arguire che “sciogliere dall’obbligo” è cosa diversa che “vietare”.
      Ma se il Belli sa che il vaccino anti-vaiolo non è stato vietato dallo scomparso papa Leone, ma solo reso non più obbligatorio ma volontario, pur continuando a essere gratuito, allora perché imbastisce questa epocale contrapposizione nostalgica (“Guarda mó, ccazzo!” ecc.)? Che senso ha, ben cinque anni dopo la morte di Leone XII, vestire i panni del tipico piccolo borghese, quale del resto il Belli è (perché è da escludere che il tipico “popolano belliano”, s’interessasse di problemi teologici collegati al vaccino), per ricordare i bei tempi andati, cioè il 1823-1826, del rigore etico cattolico (rigore per modo di dire, però, visto che il vaccino non viene affatto vietato), mentre “oggi”, cioè il 1834, l’anno in cui il Belli scrive il sonetto sotto il papato di Gregorio XVI, le vaccinazioni sono non solo permesse come prima, ma ormai incentivate e rese di nuovo obbligatorie, dando credito alla balzana idea scientista, liberale, giacobina (“framasoni”) d’iniettare i microbi nei bambini solo per evitargli le banali pustole sul viso, ma in realtà rubandogli, niente di meno, il meritato Paradiso?
      Smontato il marchingegno retorico belliano, è chiaro a questo punto a che cosa mira il sonetto Er linnesto: si tratta d’una satira indiretta architettata contro il pontefice regnante nel ‘34, quel disistimatissimo (dal Belli) Gregorio XVI Cappellari che sul trono resta dal 1831 al 1846, quindici anni fondamentali per la satira del Belli che coprono in pratica tutto l’arco più creativo della produzione dei Sonetti. E oltre sessanta tra i sonetti, con le critiche più disparate, sono riservati a papa Gregorio, considerato dall’autore imbelle, acquiescente, buono a nulla, vizioso, mangione, dilapidatore e così via. “A Papa Gregorio je volevo bene, perché me dava er gusto de potenne di’ male", scriverà in un appunto trovato fra le sue carte.
      Insomma, nel sonetto Er linnesto il Belli, nelle vesti nell’improbabile  popolano misoneista, sia pure con qualche ironia che si risolve in una serie di paroloni e in uno sproloquio pseudo-scientifico tipico della cinica e ignorante piccola borghesia romana, pur di dare addosso a papa Gregorio, vivo e vegeto ma debole, incapace e schiavo dei bagordi, distorce volutamente la vicenda del vaccino, costringendosi a fare il nostalgico d’un defunto Papa Leone XII, severissimo e tutto d’un pezzo, che ai suoi occhi ha avuto il merito di aver moralizzato lo Stato della Chiesa e magari messo a posto i Cardinali e la Curia corrotta. Che ora, si sa, «come li sorci cuann’è mmorto er gatto, je fanno su la panza un minuetto» ( ), perché – dice il proverbio – quando il gatto non c’è, i topi ballano:

PAPA LEONE
Prima che Ppapa Ggenga annassi sotto
a ddiventà cquattr’ossa de presciutto,
se sentiva aripète da pertutto
ch’era mejjo pe nnoi che un ternallotto.
Cquer che fasceva lui ggnente era bbrutto,
cuer che ddisceva lui tutto era dotto:
e ’gni nimmico suo era un frabbutto,
un giacubbino, un ladro, un galeotto.
Ma appena che ccrepò, tutt’in un tratto
addiventò cquer Papa bbenedetto
un zomaro, un vorpone, un cazzomatto.
E accusí jj’è ssuccesso ar poveretto,
come li sorci cuann’è mmorto er gatto
je fanno su la panza un minuetto.

Roma, 25 novembre 1832

Versione. Papa Leone. Prima che papa Genga andasse sotto terra per diventare quattro ossa di prosciutto, si sentiva ripetere dappertutto che era per noi meglio d’un terno al lotto [cioè, il suo pontificato era per i sudditi la più grande fortuna possibile]. Nulla di quello che faceva lui era cattivo; tutto quello che diceva era dotto [giusto], ogni suo nemico era un farabutto, un giacobino, un ladro, un galeotto. Ma non appena morì, all’improvviso quel Papa benedetto diventò un asino, un volpone, uno scimunito. E al poveretto è successo proprio quello che succede quando muore un gatto: i topi sulla sua pancia ballano il minuetto.

Un sonetto minore, certo, e imprevedibile, che anziché mettere in luce l’impopolarità di Leone XII o almeno qualcosa della sua patologica personalità, lo fa apparire quasi un improbabile vendicatore della Virtù, un giustiziere della Curia corrotta che, morto lui, ora può riprendere i suoi stravizi e privilegi.
      Ma il popolino, che ha da festeggiare? Nulla. Papa Leone non doveva aver lasciato un ottimo ricordo nella Roma minuta tiranneggiata da preti e frati oltre ogni soglia di sopportazione, come nella Curia e tra i Cardinali (i “topi”). Quindi il “rimpianto” per Leone del sonetto Er Linnesto è solo strumentale: serve solo a colpire con un’ennesima nuova arma, il vaccino, l’odiato Gregorio.
       Insomma, non esiste riabilitazione possibile per Leone XII. La Storia, che è sempre storia di libertà, sarà sempre impietosa verso di lui, nonostante il comprensibile e umano tentativo di una sua colta discendente di dipingerlo in modo più accattivante in un convegno finanziato dalla Regione Marche. Ma, almeno, l’obiettività storica (non esiste libertà senza onestà e verità) gli deve far grazia di un ulteriore “peccato mortale”, derubricandolo a “peccato veniale”: il presunto “divieto del vaccino” contro il vaiolo.
      Papa della Genga, infatti, contro un diffuso luogo comune popolare alimentato, com’è umano e comprensibile – dalla sua bieca figura reazionaria e integralista, non vietò la vaccinazione, come riporta per equivoco la scrittrice inglese risorgimentale innescando una leggenda che dura tuttora, specialmente nel mondo anglosassone. Si limitò, invece, sbagliando – come  spiegò, prudentemente dopo la morte del Papa, in una Relazione scientifica del 1836, il suo suddito prof..Giacomo Tommasini, medico capo della Commissione delle Vaccinazioni di Bologna (6) – ad abrogare con la Circolare pontificia del 15 settembre 1824 la precedente saggia decisione del precedente papa Pio VII che aveva reso obbligatorio il vaccino contro il vaiolo, a cominciare dai bambini più piccoli. E anche il Belli, che pure nel sonetto fa il “finto tonto” lo sa benissimo, se in una nota di suo pugno al sonetto Er linnesto parla di «scioglimento de’ sudditi della Chiesa dall’obbligo» della vaccinazione, e non di divieto della stessa.

NOTE 

1. BELLI «Io mi son qui [a Roma] da pochi giorni, reduce da Milano, dove ni piace assai più la vita che altrove. Quella benedetta città pare stata fondata per lusingare tutti i miei gusti; e però se a Roma non mi richiamasse la carità del sangue e la necessità dei negozi, là mi fermerei ad àncora, e direi: hic requies mea». Lettera all’amico Neroni, 4 dicembre 1828)

2. VERRI: “Si tratta o di lasciar perire o di conservar la vita alla decima parte del genere umano”, scrive in un lungo articolo “Sull’innesto del vaiuolo” (Il Caffè, http://illuminismolombardo.it/testo/il-caffe-tomo-ii/  n.34 e 38,1766)

3. MINOIS G. Il prete e il medico. Fra religione, scienza e coscienza, Dedalo 2016

4. PORRO A. Luigi Sacco e la prima grande campagna di vaccinazione contro il vaiolo in Lombardia, 1800-1810. Confronti, 4, 2012. Lo stesso dr. Sacco ne scriverà sul suo saggio Osservazioni pratiche sull'uso del vaiuolo vaccino come preservazione del vaiuolo umano (1800). http://www.eupolis.regione.lombardia.it/shared/ccurl/863/388/15_Studi_Ricerche_04.pdf

5. BERCÉ YM, OTTENI JC. Pratique de la vaccination antivariolique dans les Provinces de l’État pontifical au 19e s. Remarques sur le supposé interdit vaccinal de Léon XII. Revue d’Histoire Ecclesiastique 103,2,448-466. http://www.brepolsonline.net/doi/10.1484/J.RHE.3.178

6. KEEFE DJ. Tracking a Footnote, Fellowship of Catholic Scholars Quarterly, vol.9, n.4, pag 5-6, settembre 1986. https://www.catholicscholars.org/PDFFiles/v9n4sep1986.pdf

7. TOMMASINI. Giacomo Tommasini, Raccolta completa delle opere mediche: Con note aggiunte ed emende tipografiche, vol.VII, Olmo e Tiocchi, Bologna 1836, pagine 18-21 e appendice pp.20-23.

IMMAGINI. 1. E.Jenner e la prima vaccinazione. 2. Papa Leone XII Della Genga. 3. Papa Benedetto XIV Lambertini. 4. Papa Gregorio XVI. 5. Papa Pio IX. 6. Il Gonfaloniere conte Monaldo Leopardi, padre di Giacomo, cattolico ultra-conservatore, eppure grande sostenitore del vaccino. 7. Manifesto del Comune di Roma del 1848 con l'appello per la vaccinazione e la ricompensa di 2 paoli. 8. Manifesto contro la vaccinazione.

AGGIORNATO L'8 AGOSTO 2017
 
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